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revano giostrando senesi e fiorentini, papalini e calabresi col ferro e col fuoco inveleniti alle mutue offensioni. La potenza dei turchi per le miserie nostre sempre più cresceva, e si appressava il giorno che le genti barbariche dovevano comparire in Italia secondo il voto di Maometto. Prima nondimeno che costui conducesse i suoi cavalli a calpestar le belle contrade volle assaggiare la fortezza di Rodi o, per togliersi quel fuscello dagli occhi che la vista gli confondeva quando dall'oriente riguardava verso l'Italia, e per tenersi sicuro alle spalle come vi fosse venuto. Andò pertanto sopra Rodi l'anno mille quattrocento ottanta e gli dette per più mesi la battaglia: ma sebbene le forze sue fossero grandi, e l'ostinazione grandissima, trovò pure ne gli assediati ostinazione e forza maggiore, così che dovette in fine da quella impresa senza alcun frutto ritirarsi per non restar consunto dai travagli delle terre minori quando vagheggiava il conquiso delle maggiori nazioni. Intanto alla fama delle grandi prodezze che si facevano in Rodi dai cavalieri dell'ordine gerosolimitano concorrevano da ogni parte i venturieri e i capitani desiderosi di partecipar ai pericoli ed alla gloria dell'onorata difesa; ed i principi spedivano soccorsi di genti e di denaro. Prima d'ogni altro il re Ferrante di Napoli, come più vicino, mandò due navi con alquante soldatesche che, essendo arrivate mentre ancor durava l'assedio, a dispetto del nemico molto bellamente entrarono in porto e meritarono grandissima lode, Appresso staccò Sisto due grandi vascelli e li caricò d'ogni maniera d'armi e di provvigioni e li mandò a Rodi sotto il nobile cavaliero Cencio Orsini, capitano della sua navale armata, il quale, oltre all'onorevole compagnia di molti gentiluomini della stessa città e seguaci della sua casa, condusse alcune bande di scelti e fioriti soldati italiani, che il Papa mandava alla difesa del più lontano baluardo del cristianesimo: e questi sebbene per la lunga navigazione arrivassero quando il turco si ritirava, tuttavia non riuscirono meno utili per confortare quella città dopo il memorando travaglio. Cencio, che aveva commissione di ritornarsene a Roma subito che l'assedio fosse sciolto, sbarcò le muuizioni donate dalla camera apostolica al gran maestro, e lasciate a sua richiesta nell'isola due compagnie di soldati pontifici , se ne tornò in Italia apportatore di liete novelle o. L'assedio di Rodi durò dal ventidue di maggio sino al diciotto d'agosto, cioè giorni ottantanove ; nel qual tempo il nemico non solo aveva coll'artiglieria rovesciato la muraglia, ma era anche da più luoghi penetrato nella città e aveva fatto quivi l'alloggiamento, così che dovettero i cavalieri trattare non del respingere il nemico dalle mura, ma di cacciarlo dall'istessa terra ove si erano accampati insieme gli assediatori e gli assediati. E per la difesa di Rodi nel 1480, come per quella di Malta nel 1565, e per molte altre simili si può togliere esempio ad imparare come le fortezze si difendano : imperciocchè il teorema dei giorni presenti, che una piazza sia perduta quando la breccia è aperta, deve riputarsi onninamente falso e codardo: imperciocchè quando a fronte della breccia stanno uomini suf. ficienti che non procacciano pretesti di arrendersi, ma tali che vogliono coprirla con le tagliate, con la virtù e col petto, allora le città non sono perdute altrimenti, ma vincitrici. Mentre or dunque stavano tutti in ponente cogli occhi sollevati a riguardar da lungi ciò che a Rodi succedesse, Maometto prevalendosi di quella distrazione, e tenendo il mare libero per la pace fatta coi veneziani, come ho detto avanti, fece celatamente sottentrare vicino all'Italia l'armata sua guidata da Jacometto o pascià del mare, uomo animoso e destro quant'altro mai degli ottomani: costui raccolse cento galere alla Vallona, città dell'Epiro, chiamata anticamente Apollonia, posta alla marina sulla bocca dell'adriatico, e distante dalla terra ferma d'Italia ad Otranto per il solo spazio di cinquanta miglia

103. Molti scrittori asseriscono, che Maometto ordinasse per testamento doversi scrivere sopra la sua tomba una sentenza che così latinamente traducono. « Mens erat superare Rhodum et superbam Italiam ». RAYNALDUs. Ann. 1480. n. 26. HIsTorne GENERALE DE LA MARINE cit. T. I. p. 407. Teodoro SPANDUgiNo CANTAcuzENo. Della origine dei turchi. Comentario, in-8. Firenze 1551. p. 69.

104. Bosio JAcoMo. Stor. gerosolimit. cit. Tom. II. p. 430. JAcoBus VoLATERANUs. Diarium Urbis. S. R. I. Tom. XXIII. p. 105. 106. RAYNALDUs. Ann. 1480. n. 24. 95. Jacometto, Acchinetto, Achmet, Agometh, ed Alamech sono i nomi onde costui unico e solo è chiamato da diversi scrittori: preferisco la prima lezione , non solo per dolcezza di lingua, ma anche perchè egli era greco e rinegato.

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di mare: poi aspettò il buon tempo, e come ebbe ogni cosa a suo talento preparata e disposta in una notte passò lo stretto con tutta l'armata, e comparve ad Otranto la mattina del venerdì ventotto luglio 1480. Era Otranto una delle più antiche e nobili città della Puglia, sede arcivescovile, fornita di buon porto, e popolata da quasi diecimila abitanti: era anche muragliata e presidiata, ma non in guisa da stare a fronte del gravissimo pericolo che le sovrastava. Jacometto allora sbarcato l'esercito, circondò la piazza, prese il porto, e piantate le batterie, senza dare ai terrazzani riposo alcuno, percuotendoli ferocemente giorno e notte li veniva riducendo all'estremo per averli in sua mano prima che potessero esser soccorsi. La terra quantunque difesa soltanto da quattrocento soldati, sotto il comando di Gianfrancesco Zurlo gentiluomo napolitano, fece resistenza mirabile per quasi un mese: anche i cittadini d'ogni età presero le armi, e niuno parlò mai di capitolare, ma disperatamente combattendo per vincere o morire insieme con la patria loro durarono finchè dalle forze soperchianti oppressi il dì ventuno di agosto la città andò presa d'assalto. Furono allora le case messe a sacco, gli adulti del mi

glior sesso al filo della spada, i fanciulli e le femmine alla catena; i templi profanati, i sacri arredi rapiti, e fatti strumenti di turpitudine, le verginelle tratte allo stupro in su gli altari, le piazze e le vie ricoperte di teschi confitti in sulle picche, lordura, sangue e violazione d'ogni legge di natura e di pietà. Una valle vicina, che fu poi chiamata la valle dei martiri, raccolse un rivo di sangue sgorgato dal collo di ottocento campioni svenati per il nome di Cristo. Il vescovo, che in mezzo ai leoni ruggenti confortava colle parole e coll'esempio la sua greggia, si ebbe in premio l'esser segato in due parti; i monaci e i sacerdoti fatti segno di ogni ludibrio, e messi a morte. Ahil giorno di lutto e di dolore per le corporali passioni; ma al tempo stesso gloriosissimo giorno per la fede e per la costanza di quegli eroi che sottoposti ad orrende torture, pur caminando sull'orme dell'invitto pastore Stefano Pendinelli, fecero maravigliare i carnefici, e morirono senza profferir accento, che riputar si potesse indegno del nome cristiano. Vengano gli ammiratori della antichità , esclama a questo proposito uno scrittore che allora viveva.o, lodino pure quei vegliardi che in Roma presa dai Galli elessero in senato di morire sopra gli scanni curuli anzichè mostrare codardia al cospetto dei nimici, ricordino pure altri esempi di magnanima fortezza, che dalla pietà e dalla costanza del Pendinelli e degli Idruntini si troveranno tutti facilmente superati o. Ecco per tanto successo quel che i sapienti già da lungo tempo predicevano della venuta dei turchi in Italia, ed ecco l'anno nel quale secondo tutte le apparenze doveva l'imperio di Maometto dilatarsi con la conquista del regno di Napoli e forse anche di Roma. Imperciocchè sebbene alcune volte fossero già prima i turchi entrati nella penisola, come nel 1472 quando passarono l'Isonzo ed arrivarono quasi sotto le mura di Udine o, tuttavia ciò fu piuttosto a modo di scorreria ladronesca che a segno di conquista, promossa dalla cupidigia di alcuni pascià delle provincie circonvicine anzichè dal capo dell'imperio, ed ebbe un termine assai sollecito tra gli incendi e le ruberie del contado friulano: ma il fatto di Otranto era diverso, dappoichè l'imperadore aveva fatto occuparlo per mantenerlo come imbasamento di maggiori progressi. Per ciò non solo i turchi cominciarono da quel luogo a scorrere la Puglia e tentare Lecce e Taranto ; ma prima di tutto dettero mano a fortificare la terra occupata, alzar muraglie, cavar fossi, costruir ripari, opere esteriori, rivellini, gallerie, strade coperte, tutte intorno stabilite, fiancheggiate e guarnite con tanta copia d'artiglieria e con opera tanto perfetta, che Giangiacopo Trivulzio, il gran maestro di guerra, dopo averle considerate, soleva dire che in Otranto per mano dei turchi apparve un modello di fortificazione militare da istruire i soldati d'ogni paese: nella qual sentenza convenne dopo anche il Guicciardino, che ricercando le condizioni della milizia italiana innanzi alla venuta di Carlo ottavo, riconobbe dalla guerra d'Otranto il principio di molte ingegnerie di ripari e di fortificazioni incognite prima agli italiani o. Quando la bandiera della luna crescente si mostrò così stabilmente piantata in terra ferma d'Italia i popoli ed i principi della penisola ne concepettero sbigottimento grande fuormisura: in Roma poi non si parlava quasi più di altro che di fuga, e la corte già disegnava ritirarsi in Avignone. Nondimeno ripresi gli spiriti, dopo quel primo spavento, pensarono meglio di tentare la riscossa di Otranto e la difesa di se stessi. Il re Ferdinando di Napoli richiamò il figlio duca di Calabria che guerreggiava in Toscana, anche il Papa fece la pace co fiorentini, e terminate in un momento per necessità e per paura le interne discordie rivolsero tutti insieme la mente ai pericoli che sovrastavano o. XV. – Allora quasi tutto lo stato romano pigliava l'arme: le marine della Marca e della Romagna di molta artiglieria si munivano, i recanatesi alla guardia del santuario di Loreto si riducevano, il tesoro a Cingoli si assicurava, Giuliano della Rovere disegnava le fortificazioni della città o, Ascoli, Fermo, Sinigaglia, Fano, Rimini, Ravenna, scrivevano milizie, alzavano ripari, piantavano batterie, e più d'ogni altra

105. SigismoNDo DE'CoNTI. Storia de' suoi tempi edita col testo latino a fronte dal Marchese GIUsEPPE MELCHIoRRI. Roma in-8. 1853. Lib. III. p. 107. Quest'opera per la morte dell'editore non si è finita di stampare. ANToNIo DE'FERRARIs, detto IL GALATEo. Successi dell'armata turchesca in Otranto. in-4. Napoli 1612. JoANNIs ALBINI LUCANI. De bello Hydruntino. Neapoli in-4. 1589. SUMMoNTE. Storia di Napoli. in-4. 1675. Tom. III. Lib. V. p. 499. MSS. CAsANAT. X. IV. 52. Lettera anonima intorno alla presa di Otranto fatta dai turchi nel 1480. 107. Tutto questo avvenne sotto gli occhi dell'armata veneziana che era venuta alla bocca del golfo a codiare le operazioni del naviglio turchesco, senza recargli molestia per ragione della pace che avevano insieme; della quale tanto furono gelosi osservatori che non alzarono un dito mai pel soccorso d'Otranto, e nè anche per ricuperarlo. MALIPIERo. Ann. Veneti cit. p. 130. SANUto. Vite dei Dogi. S. R. I. T. XXII. p. 1213. A. B. NAvAGERo. Storia Veneziana. S. R. I. T. XXIII. p. 1165. D., aggiunge che i veneziani chiamarono i turchi in Italia per mezzo del loro ambasciadore Sebastiano Gritti, a fine di molestare il re di Napoli. PIETRo DARU'. Storia di Venezia tradotta dal francese. in-12. Capolago 1833. Tom. IV. p. 4. e 5. Lib. XVIII. ripete quest'ultima accusa. 108. PAoLo MoRosINI. Storia Veneta ed. cit. Lib. XXV. p. 569.

109. FRANCEsco Guiccia ad INI. Storia d'Italia. Lib. XV. in-fol. Firenze 1738, T. II. p. 1048. 110. Muratori Annali 1480. RAYNALDUs. Ann. 1480. n. 18. 19. 39. INFEssURA. S. R. I. T. III. Parte II. p. 1147. 111. RAYNALDUs. Ann. 1480. n. 32. TURsELLINUs. Hist. Lauret. Lib. II. cap. Iv.

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