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nesi per tutta la campagna romana, erano in continui tafferugli tra loro e cogli altri, a pubblico danno. Principati, ducati, baronie, repubbliche, comuni, quel che volete: ma sempre più o meno dipendenti da Roma, sempre attenenti a quello Stato che era venuto nel dominio dei Pontefici. Errore sofistico sarebbe chiamare assolutamente indipendenti le predette o qualunque altra città o provincia dal Tronto al Po, e dall'Argentaro al Circèo: errore il non volerle comprese nel dominio della storia pontificia. Impossibile distruggere il fatto, in quanto tale. Sarebbe pure ingiustizia chiamare indistintamente tiranni tutti i baroni o cittadini che vi dominavano. La maggior parte non erano tali di origine, avendo ricevuto dagli stessi Pontefici dei tempi passati le investiture a titolo di feudo o di vicariato; e spesso la condotta militare, includente la ricognizione baronale e il consentimento dei popoli, donde traevano le milizie: e in quanto al modo del governare, essi procedevano come gli altri principi maggiori e minori del tempo loro. Ma il sistema feudale aveva ormai finito il corso, e doveva dar luogo alle esagerazioni del biasimo, seguace perpetuo d'ogni forma dismessa: doveva esser seguito dalla monarchia assoluta, di che Ferdinando spagnuolo aveva fatto piantare il primo tipo nel Regno per mezzo di Consalvo; tipo perfezionato dappoi per gli studi di Carlo V in ogni altra parte del vecchio e del nuovo mondo. I tempi dunque volgevano propizi ai disegni di Giulio: il quale come ebbe veduto quietare le armi di Francia e di Spagna, mosse da Roma per l' impresa di Perugia e di Bologna, contro ai Baglioni e ai Bentivogli. Occupò fortemente le due città, riformò lo stato, e fece disegnare due fortezze per mantenerlo. Alla Bolognese, presso porta Galliera, pensò il Bramante, che ne fece il disegno, e ne commise l'esecuzione a GiuGUGLIELM0TTI, Guerra de'Pirati. - 1. - 6

lian Leno, architetto romano, suo domestico ed erede”. Se ne ignora la forma: ma deve essere stata solamente imbastita di fascine e di terra, perchè non guari dopo i Bolognesi la distrussero in due giorni. Per la fortezza di Perugia fu chiamato da Arezzo Antonio, il vecchio, da Sangallo, ingegnere militare dei Fiorentini; il quale sull'altipiano rimpetto alla cattedrale, alla piazza, e al corso, molto acconciamente pel sito di quei dirupi, disegnò la pianta secondo le regole dell'arte nuova, già da lui stesso osservate in Roma, in Nettuno, e in Civitacastellana. Secondo il primitivo disegno del primo Antonio la rocca fu condotta a compimento dal secondo Antonio, detto il giovane, nel pontificato di Paolo III". I cartoni dell'uno e dell'altro, che ho visti nella Galleria di Firenze, potranno supplire alle memorie del tempo futuro: perchè la fortezza dopo il 1860 è stata totalmente disfatta e rasata. Antonio il giovane prese nome più dello zio, come questi superò la fama del

o PARIs DE GRAssis, Diaria caprem., Mss. Itinerarium, S. D. N., Julii, Pp. II, anno. MDvi. – BIBL. CASANAT., XX, III, 4: « De positione primarii lapidis in arce bononion. per Legatum, Papa praesente. Die Xx februarii.MDVII, sabati, mane; hora XVI, Papa a quitavit ad locum Arcis fienda.... Cardinalis sancti Vitalis legatus cum magna populi turba, viso horologio solari.... Lapidem primum benedia.it et posuit. »

ARCHIVIO SECR. VAT., Memorie di artisti, estratte da ALBERto ZAHN, e inserite nell'Arch. St. It., ann. 4867, VI, I, 180: « Die XXIX decembris, Magistro Bramanti architectori, S. D. N. pro ea pensis per eum cum suis sociis factis et faciendis Bononiae et in reditu ad Urbem. » VASARI, ed. Le Monnier, VII, 133: « Andò Bramante ne'ser

vizi di Giulio II a Bologna, quando ella tornò alla Chiesa.... Fece molti disegni di piante e di edifizi.... » 139: « Lasciò suo domestico ed amico Giulian Leno, che molto valse nelle fabbriche de suoi tempi. »

o VASARI, ed. Le Monnier, Vita di Giuliano ed Antonio da Sangallo, VII, 219; X, 45.

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fratello, perchè l'uno e l'altro vissero più tempo dopo Giuliano, quando l'arte della fortificazione, per tante occasioni propizie, e per tanti ingegni eccellentissimi, ogni giorno progrediva; ma quanto al merito dell'invenzione, Giuliano è stato e sarà sempre il maestro del fratello e dei nipoti e di quanti altri vennero dappoi.

[1507.]

III. – Assettate le cose di Bologna e di Perugia, tornossene Giulio in Roma ai ventisei di marzo del 1507, col pensiero di andare oltre nell'assunto, e di ritogliere ai Veneziani Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza: le prime due già da molto tempo perdute, e le altre cascate di mano a Cesare Borgia nella ultima catastrofe. Perciò dovette entrare in molti maneggi, e trattati, e spedizioni, e guerre; nelle quali lo servirono i migliori ingegneri di quella e di ogni altra età, come Bramante, Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Andrea da Sansovino; ed i capitani più eccellenti, come Marcantonio Colonna seniore, Francesco M. della Rovere, Alfonso da Este, Lodovico Pico, Francesco da Gonzaga, Giovanni Sassatelli, Raniero della Sassetta, Lucio Malvezzi, e Renzo da Ceri. Forte e sicuro dell'appoggio e delle opere di tali uomini, si dette a trattare la famosa lega di Cambrè, secondo le particolari vedute sue.

[Dicembre 1508.]

E, come se non avesse altri pensieri pel capo, s'imbarcò a Ripa sul bucintoro”, e se ne andò a Civitavecchia, dove voleva murare una buona fortezza per la difesa del porto e della città”. Pose esso stesso colle sue

o P. A. G., Medio èvo, II, 467, 473.
o PARIs DE GRAssis, Diaria caprem., ad diem xiv decembris ,

mani la prima pietra addì quattordici dicembre del 1508, che fu principio a quel nobile edificio militare, disegnato da Bramante, che tuttavia si ammira, e del quale farò altrove più largo discorso. Fra i grandi personaggi, che in quella occasione seguirono il Papa in Civitavecchia, vuolsi annoverare Giorgio Pisani ambasciatore di Venezia, il quale aveva dal Senato pressantissime commissioni di por mente a tutto ciò che potesse nella romana curia succedere, di tener l'occhio ai maneggi, di chiarire i sospetti, e di conseguire l'investitura delle quattro città controverse. Ed egli spiando diligentemente ogni luogo ed ogni tempo opportuno per venire a capo di negozio tanto difficile, finalmente un giorno, che tutti colà vedevano Giulio col capitano da Biassa e cogli altri ufficiali delle galèe scendere in terra del consueto bucintoro bellissimo e della passeggiata intorno al porto ed alla prossima marina sommamente lieto, non si lasciò fuggire l'opportunità; ed entrò apertamente nel discorso di Romagna, sperando in quella larghezza di cuore trovare la via per giugnere all'intento”. Quando precipitò la casa Borgia, e il duca Valentino in un giorno perse lo stato, i Veneziani avevano tolto dalle mani di costui Rimini e Faenza: e volendone

MDVIII: « Ad Centumcellas pro lapide angulari Arcis novae. » – Et xvii dicti: « Heri sero Papa ea Civitate veteri per mare reversus est in Urbem. »

o BEMBo cit., 261 : « Cum Julio Centumcellas petente Georgius Pisanus in comitatu fuit.... Ibi cum Julium tranquillo mari navicula eahilaratum videret, qua una ille re magnopere delectabatur, Pisanus de eo ipso reipublicae in Flaminia negotio alloqueretur, Quin tu (inquit Julius) non cum Senatu tuo agis ut is aliquem ea suis civibus mihi proponat cui ego dem Ariminum Faventianaque romana reipublicae nomine oblinenda?... Ita et habebitis re vos a me oppida illa, et ego ad speciem non amisero. »

mantenere l'acquisto, supplicavano Giulio che, come già da Cardinale aveva consigliato il Senato a liberare quelle città dal crudelissimo tiranno, così da Pontefice permettesse loro di ritenerle agli stessi patti di feudo e di vicariato, con che il Borgia le aveva tenute. Nel qual discorso, e col medesimo esempio dell'istesso Borgia, contrapponendo Giulio alla caducità di piccolo principe la tenace fermezza di potente repubblica; e quindi la facilità di ricuperare una volta dall'uno, e la malagevolezza di riavere mai nulla dagli altri; conchiudeva non poter acconsentire alla domanda. Ma al tempo stesso (toccando pur di altre differenze occorrenti tra Roma e Venezia, specialmente intorno a Ravenna, a Cervia, ed alla libertà del mare) si lasciò andare a promettere la concessione di Faenza e di Rimini in feudo a quel gentiluomo veneziano cui volesse il Senato presentarle; tanto che la repubblica potesse di fatto avere quelle città; e la romana Chiesa almeno in apparenza non perderle. Tutto inutile: Giorgio, dicendo non esser costume della veneta repubblica far principi i suoi cittadini, rifiutò l'offerta, e non fece motto di ciò nè al Senato nè al collega Giovanni Badoaro, restatosi infermo per quei giorni in Roma. Così per negligenza dell'ambasciatore in un punto di tanta importanza si trovò Venezia a un pelo dal precipizio: e gli uomini ebbero da apprendere come uno stato pieno di ricchezza e di riputazione, dopo essere per dieci secoli sempre cresciuto di potenza e di dominio, poteva in un sol giorno essere quasi totalmente rovinato. Proprio allora gli alleati di Cambrè pubblicavano i capitoli e le convenzioni di quasi tutta l'Europa contro Venezia”.

o Li NIG JoAsses CHRISTIANUS, Codea Italia diplomaticus, in-fol. Lipsia, 1725-35, t. I, p. 134; t. II, p. 1995; t. IV, 1827. DU MoNT, Corps universel diplomatique du droit des gens,

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