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tutti i suoi per mezzo il mare, che fu agli undici di maggio a sbarcare in Arles di Francia, senza che alcuno dei cronisti antichi narri fatti speciali di cotesta navigazione, meno l'approdo a Genova negli ultimi giorni d'aprile o. Per ciò rapidamente trapassando sopra alle vicende che non riguardano l'argomento mio , sopra la lunga malattia e morte di Carlomanno, sopra l'innalzamento al regno d'Italia di Carlo il grosso, e sopra gli altri successi che spianarono la strada del ritorno in Roma a papa Giovanni; dico che il pontefice dimorò in varie parti di Francia sino al dieci di settembre 878, e dopo aver celebrato un concilio a Troyes, di là per Cavallione, la Morienna e il Moncenisio calò a Torino e venne a Roma per terra nei primi mesi dell'anno 879.

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XVIII. Come fu Giovanni ottavo ritornato alla sua sede mostrò incontamente l'intendimento suo di esercitare la maggiore autorità che aveva conseguita nel concilio di Francia, e nelle mutazioni civili d'Italia, così che posto un termine agli interni disordini della cristianità si dovessero ripigliare i trattati della lega contro gli esterni nimici. Per la qual cosa spirato l'anno della tregua co' saracini non si trova più segno che venisse altrimenti rifermata; anzi al contrario compariscono certissime prove dalle quali risulta aver la corte di Roma interrotta ogni corrispondenza con quei nimici insieme ai quali non si poteva avere nè pace senza vergogna nè tregua senza danno; ed al tempo stesso essere stati ripigliati gli ordini della lega tanto dal Papa vagheggiata. I primi documenti che manifestano il ritorno di Giovanni ottavo alla sua sede sono due lettere, l'una diretta a Gaiderim principe novello di Benevento e l'altra al conte Daiferio suo consorto, nelle quali non solo parla ad ambedue della guerra da farsi a saracini, ma anche li rinfranca invitandoli a confidare nei soccorsi suoi o, comechè si trovava ben provveduto per terra e per mare, e ben disposto ad aiutarli. Ritornato per tanto alla capitale ripigliò decisamente gli ordini dei precedenti trattati, e poichè l'esperienza gli aveva mostrato esser difficilissima cosa il riuscire con un sol tiro a stringer la lega di tutte insieme le città marittime, adocchiò specialmente il comune d'Amalfi, e trattò un' alleanza particolare di forze navali con quello, affinchè servisse di esempio agli altri nel tempo futuro, e di aiuto a lui nel presente. Veniva allora appunto crescendo la potenza marinaresca degli amalfitani, che arrivò poi ad altissimo segno nell'undecimo secolo; e la città governata a legge di popolo aveva per duce un prefetto chiamato Pulcare : a lui mandò il Pontefice due messaggeri, Giovanni ed Anastasio abbati, profferendosi a concordare così, che in vece di concedere venticinque mila monete ai saracini se ne darebbero dieci mila agli amalfitani, qualora ripudiata l'amicizia dei miscredenti si collegassero con lui, a fin di combatterli congiuntamente sul mare, e respingerli dalle spiaggie pontificie, cioè da Taietto sino a Civitavecchia o. Stabilita la convenzione, avendo già i ministri del Papa sborsato e quelli di Amalfi toccato la pecunia, di presente cominciarono le querele e i dispareri: perchè questi giuravano aver pattuito per dodici mila monete, e quelli fermamente sugli Evangeli e sull'anima loro asserivano non averne promesse più che dieci; ed intanto andando e tornando proposte e risposte gli amalfitani ritenevano il danaro e non osservavano alcun patto; anzi negoziavano al tempo stesso co' saracini, e così da ogni banda traevano sustanzia pe 'l magnificamento d'Amalfi. Da queste poche linee disegnate in scorcio a semplice contorno ciascuno può intendere quale dovesse essere l'animo del Pontefice, e quanto grande l'indignazione dei romani. Per la qual cosa, invece di cedere alle esorbitani pretensioni che avrebbero per avventura potuto servir di rappiglio a molte altre successive superchierie, papa Giovanni intimò a Pulcare prefetto d'Amalfi la restituzione dei diecimila indebitamente ritenuti, e con siffatto tiro maestrevole fece che colui il quale si presentava come creditore di due, divenisse ad un tratto debitore di dieci. Allora Pulcare che forse non si attendeva a siffatto ripiego, asllosciò, e rappresentando le molte difficoltà del restituire pigliava tempo; scriveva non potere rimandare il danaro per le vie di terra senza pericolo, e per le vie del mare temere non forse le navi sue fossero come inimiche assalite dai dromoni della pontificia marina. Ma il governo di Roma, fermo nella deliberazione tolse di mezzo ogni difficoltà, notificando agli amalfitani, che dovessero venire per la parte del mare sotto fede d'una pubblica scrittura nella quale si ordinava ai comandanti della marina papale e della città di Porto che dovessero astenersi da ogni ingiuria contro a quelli di Amalfi qualora venissero pacificamente a riportare il danaro. Il chirografo pontificio che accorda il salvacondotto agli amalfitani per navigare e rappresentarsi al Porto romano è tal documento, che io intendo a volgarizzare a verbo a verbo comechè quivi tra i rimproveri, tra le ammonizioni e tra gl'inviti si contiene tutta la storia di questo fatto o. « Giovanni papa ottavo a Pulcare prefetto d'Amalfi. – Tu devi rammentare, e teco ancora i tuoi concittadini le molte beneficenze che noi vi abbiamo sempre compartite, e come in ogni vostra domanda sempre siete stati da noi soddisfatti. Noi abbiamo procurato la salute delle anime vostre e di tutta la cristianità, che non ostante per colpa vostra e per quell'amicizia che fomentate insieme co pagani va scadendo ogni giorno più in ruina e perdizione. Inoltre tu, o Pulcare, hai ricevuto in mano dieci mila mancusi d'argento affinchè rotta la lega degl'infedeli concorressi alla difesa della terra di san Pietro. Questo era il debito tuo, al quale non solo ti legava la legge di natura, ma anche quella del giuramento proferito da te e da tutto il tuo popolo. Nondimeno tu hai gettato da banda il santo timor di Dio, tu non vuoi lasciare l'iniqua amicizia dei pagani, tu non curi le difese delle nostre spiaggie, anzi già sobbarcato alla legge del demonio in perdizione dell'anima tua permetti che le anime innocenti riscattate al prezzo del sangue di Cristo vadano menate cattive. Dunque è giusto che almeno ci rimandi quei dieci mila mancusi che ti abbiamo pagati per mercede del servigio che tu non vuoi prestare. Laonde ti ordiniamo che le predette diecimila monete tu restituisca per mezzo dei tuoi sudditi gli amalfitani, e che costoro vengano per la via di mare con loro navigli sino al nostro Porto romano; e noi per la presente promettiamo salvocondotto e sicurezza agli stessi amalfitani tuoi, affinchè nel Porto predetto vengano, dimorino, restituiscano e recepano la quietanza; in guisa che, quando ciascuno abbia il suo, non sorgano più querimonie contro di te, nè contro cotesto comune. Di più ti assicuriamo che i capitani dei nostri dromoni già sono stati da noi avvisati con rigoroso precetto di non recare alcuna molestia alle tue genti e navigli, purchè i tuoi vengano pacificamente a compiere l'atto della debita restituzione. » Dato a Roma, eccetera. Tutte le quali cose con molti ragionamenti, e promissioni, e con altre lettere conferma e ripete a Pietro vescovo d'Amalfi ed al suo popolo, ad Atanasio vescovo di Napoli, a Docibile e Giovanni duchi di Gaeta, a Pandenolfo di Capua ed a Guaiferio principe di Salerno, con le minaccie di procedere alle censure in caso di pertinacia.

13. JoANNrs VIII. ep. 84 et 68. – Quia per terram ire nequivimus, per marinum iter in Franciam prosicisci debemus. – JAFFÈ. n. 2336. et 2347. HINGMARI REMENsis. Annal. 878. ap. PERTz. Script. T. I. p. 506. « Roma exiit et navigio Arelatum appulit. » ANNALEs BERTINIANI ad an. 878. S. R. I. T. II. Parte I. p. 565.

tao. JoAssis VIII. Ep. 156. et 158. JArrÈ n. 2443. et 2445.

115. JoAN. VIII. Ep. 69. - IAFFÈ n. 2348.

Item ep. 74. - JAFFÈ n. 2349.

MURAToRI. Annali d'Italia an. 879. post med. riduce come lo richiede la logica questo trattato con gli amalfitani all'anno presente e non prima.

t 16. JoANNEs VIII. Ad Pulcarem praefectum Epist. 209. - JAFFE 2501. – item ep. 225. JAFFE 2516. – it. e p. 227. JAFFÈ 2520. – item ep. 206. JAFFE 2498.

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Il governo di Amalfi dalle lettere in avanti citate per ogni parte stretto, non volendo nè per interesse restituire i diecimila nè per giustizia negarli, rispedì a Roma un tal prete Leone come agente del comune a ripigliare il negozio e mettere pace: ed io non dubito punto di asserire che destramente costui riuscisse al segno di comporre le differenze e fermare la lega navale tra Roma ed Amalfi. Imperciocchè dopo la sua venuta si legge una lettera del Pontefice agli amalfitani mandata per le mani di Domenico vescovo, probabilmente di Civitavecchia o, concepita

117. Praecipimus huic episcopo nostro Dominico ut vice mostra etc. JoANNIs VIII. ep. 242. - Sì è veduto avanti che l'istesso Papa mandò a trattare la lega navale in Trajetto i due vescovi Eugenio di Ostia, e Gualberto di Porto, i quali vivendo nelle città marittime erano più che ogni altro adatti a quella missione: ( vedi sopra la nota N. 98). così trovando ora spedito in Amalfi il vescovo Domenico per l'istesso interesse non dubito asserire che questi fosse il vescovo di Civitavecchia, ove presso a questi tempi ve n'era uno di nome Domenico come si legge nel sinodo Romano dell'861. UGHELLUs. Ital. Sacr. T. II. p. 350. – ARDUINo T. V. p. 78. 118. JoANNIs VIII. ad amalphitanos epistola 242. - JAFFÈ N. 2535. 119. MURAToRI. Annali d'Italia 880. in med, Quivi asserisce che il combattimento avvenne nel mare di Napoli ed anno 880, JoANNIs VIII. Epistola 255. ad Carolum regem. – JAFFÈ N. 2548. JoANNis VIII. Epistola 251. ad imperatores Graecos. – JAFFÈ N. 2543.

in termini assai più dolci ed amorevoli: nella quale li chiama
figliuoli diletti che già si rivolgono al grembo della Chiesa, li
esorta a troncar dalla radice ogni società coi saracini, e rin-
novando le promesse dei capitoli precedenti, si obbliga nuova-
mente a pagare dieci mila mancusi per anno, e di più mille
mancusi a titolo di donativo per una volta solamente nel primo
anno; che anzi in segno della benevolenza grande e mutua ami-
cizia con quella città rimette a tutta la marineria mercantile e
militare degli amalfitani il debito di pagare l'ancoraggio nel Porto
romano, parificandoli in tutto agli stessi suoi sudditi o. Dalle
quali cose si rileva tutto l'ordine del negozio, cioè che le due
parti fecero transazione nelle rispettive presunzioni, e che, re-
stando fissa la condotta nei termini dei dieci mila mantenuti per
base del contratto della corte di Roma, ricavarono per altra
parte gli amalfitani diversi vantaggi sia per il donativo del primo
anno, sia per la condonazione dei pagamenti dovuti al porto.
Ora mostrerò coi fatti che il concordato fu pienamente ricevuto
nei termini predetti.
Aveva Basilio il Macedone in quest'anno 880 rimandata da
Costantinopoli in Italia l'armata navale per contrapporla alla sa-
racinesca conforme alle istanze, che da varie città devote all'im-
perio suo e dall'istesso pontefice gli provenivano. Scontratesi
per tanto insieme con i nemici nelle acque di Napoli dopo una
ferocissima battaglia i cristiani prostrarono gl'infedeli, e disper-
sero le loro squadre o. In quella giornata avvenne che alcune
navi barbaresche cacciate in fuga dopo il combattimento e ma-
lamente danneggiate nelle manovre venissero ad investire nella
spiaggia pontificia presso alle falde del monte Circèo. Gl'infe-
deli discesero in terra, ove assaliti dalle milizie papali molti
ne restarono prigionieri, e solamente poterono scamparne una
quarantina di persone che, gettate via l'armi, si erano rimpiattate

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