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o più vive le pratiche - e tra italiane specialmente essaggeri continuamente die stava, affinchè ripudiata l'ine ssero alla difesa comune d'Italia. e sopra ogni altro questo nobilissimo torno allo stendardo della Chiesa le ...one, e si dimostrava pronto e gagliardo ami e danaro, scrivere milizie, costruir sempli, consigli, preghiere e minaccie, tutto utorità di pontefice e la maestà di principe, a partito per condurre il negozio a buon tereparisce dalle molte lettere scritte a Sergio duca a landolfo signore di Capua, a Docibile duca di uicare presidente d'Amalfi, a Guaiferio principe di ad Adelgiso duca di Benevento, ed a Lamberto duca

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che anzi non volendo lasciare alcun mezzo per giungere nue sospirato di essa lega deliberò andare con la persona sua a Napoli, e trattare da vicino in quel luogo degli interessi coumuni. Per ciò nel cuor del verno a suo gran rischio trapassando dalla campagna romana in mezzo ai saracini, nei primi giorni di Gennaio del 877 arrivò in Napoli a salvamento, e di presente si ristrinse a discutere i capitoli con quel duca, e con gli altri principi che vi si erano condotti. Ma per quanto egli facesse forza di ragioni e dispensa di pecunia specialmente con quelli di Gaeta per menarli al piacer suo, non potè ottenere altro che buone parole, e speranze lontane senza che si venisse ad alcuna conclusione on. Per la qual cosa vedendo inutile il martellar delle lettere ed il trattar con la voce, e che scapitava di riputazione a trattenersi di più in quel luogo di abbindolamento, nè volendo esporre a manifesto pericolo gli stati suoi e la capitale per redimere gli altrui, tornossene indignato a Roma, e risolvette aiutarsi da se nella grande distretta. Egli ebbe tanto cuore da sfidar solo in guerra tutta la potenza dei mussulmani innanzi alla quale si erano abbassate le fronti più altiere; e darci l'esempio d'un papa che marita alle chiavi di Pietro la spada di Paolo per la salute dei suoi figli, che non potevano se non per quell'unico mezzo esser difesi. Intanto, affinchè le cose del regno ed i trattati della lega non restassero al tutto abbandonati e rotti lasciò in Gaeta due suoi legati, che furono Gualberto ed Eugenio vescovi l'uno di Porto e l'altro d'Ostia, appresso ai quali ordinò che si raunassero gli oratori di Napoli e delle altre città nominate per concertare gli affari, mentre egli rapidissimo nelle risoluzioni e nei suoi quasi continui viaggi se ne tornava alla sua residenza con animo di celebrare un concilio prima in Roma, e poi a Ravenna, siccome fece nei mesi di Aprile, e di Agosto di quest'anno medesimo oo. E poichè la città di Roma si teneva assai sicura per le antiche e per le recenti fortificazioni, e al modo stesso si guardavano il basso Tevere, Ostia, il Porto romano ed alcuni altri luoghi della marina, trovandosi quivi raccolto il meglio delle persone e delle sostanze scampate dalle mani degli abborriti nimici, attese più che prima ad armarsi specialmente sul mare, procacciando appunto colà più vigoroso rilevarsi ove gli avversari più potenti insultavano. Io quì dovrei svolgere la materia che mi appartiene, e mostrar tutto l'ordine dell'armamento navale già da prima incominciato e condotto sul principio di quest'anno a termine per opera di Giovanni ottavo : ma le memorie di quei secoli sono generalmente così strette, e questi fatti così piccolamente rilevati, che sfuggirono all'attenzione di quanti modernamente ne scrissero tanto nella storia generale quanto nella particolar vita di esso Pontefice. Non voglio sostituire nulla di mia invenzione, ma lieto oltremodo di scuotere dalla polvere delle biblioteche le onorate memorie dei nostri maggiori e presentarle all'ammirazione dei posteri, produrrò le antiche testi

97. JoANNis VIII. Epistola ad diversos episcopos. 33. et 270.

ERCHEMPERTUs cit. Cap. XxxIx.

MuaAroni. Annali 877.

GIANNoNE. Storia civile del regno di Napoli, in-4. 1723. Tom. I. Lib. VII. pag i 17. v

98. JoANNIs VIII. Epistola 36. 38, 39, 40, 41. - Arrè N. 2311. 2316. etc, LABaus. Conc. Coll. Tom. XI.

monianze dei fatti, senza darmi altra pena se non quella di com-
provarle, e farci sopra un po di comentario perchè siano ordi-
nate e chiarite.
Dico per tanto che papa Giovanni ottavo ebbe nell'anno
877 allestita una bella e possente armata navale, composta di
molti bastimenti d'ogni maniera, ma principalmente di quei
maggiori che allora si chiamavano dromoni, siccome egli stesso
per solenne scrittura (conservataci da Ivone carnotense nel de-
creto o sia corpo del diritto canonico) ne fece solenne testi-
monianza all'augusta Angelberga in questi termini: « Al nome
di Dio, e con l'aiuto superno abbiamo deliberato difendere da
noi la roba nostra, e ci riusciremo meglio che con l'aiuto al-
trui, massime di quei gaetani neghittosi. Noi non abbiamo più
bisogno di coloro. Imperciocchè continuamente facciamo co-
struire i nostri DRoMoNI, e le navi d'ogni altra maniera; e le ab-
biamo già fornite di tutti gli strumenti, macchine ed armamenti
di guerra; e gli animi della nostra marineria rinfranchiamo, af-
finchè valentemente combattano contro i nimici o o.
Erano i dromoni una specie di grandissimi galeoni e po-
derosi vascelli da guerra usati nei bassi tempi, e venuti a noi
dalla marina greca, che li nominò con suo proprio vocabolo ac-
conciamente a significarne la prestanza nel corso, e nella gran-
dezza sopra ogni altra maniera di naviglio militare oo. Per mezzo

99. IvoNis EpiscoPI CARNoTENsis. Decretum. Lovanii, in-fol. 1561. p. 333. P. X. Cap. LXIx. Epistola Ioannis VIII. ad Angelbergam Augustam. MANsi. Collect. Concil. Tom, XVII. p. 243. JAFFÈ. Regest. cit. n. 2583. La lettera presente e la susseguente all'imperador Carlo il Calvo non possono aver data posteriore all'anno 877, perchè in esso appunto l'imperadore morissi e la imperadrice Angelberga cessò d'avere mano nel governo. 100. DU FREsNE DU CANGE. Glossarium. Dromones naves Cursariae. UGUTio. Dromo longa navis et velox. IsidoRus. Origin. Lib. XIX. Cap. 1. Longae naves sunt quas dromones vocamus quod longiores sint caeteris. Bosio. Storia dei cavalieri geros. in fol. Roma 1621. T. I. p. 230. WINIsAUF GUILLELMUs, de itinere regis RICHARDI. Lib. I. Cap. XxxIv. ap. GALE. T. II. p. 274. GiovANNI CAsoNI. Storia dell'arsenale di Venezia in-fol. ibid. 1847. p. 1 16. GIBnoN. Decline and fall of the roman empire in-4, London 1840. cap. LIII. pag. 1005. RoINDELET. La marine des anciens. Le Roi. La marine des anciens peuples. A JAL. Archeologie navale. Paris 1839.

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alle antiche ed alle moderne scritture si ritrova, che i dromoni fossero grandi ed equipaggiati al paro dei vascelli dei nostri tempi: imperciocchè avevano cento e settantacinque piedi di lunghezza con due enormi castelli sulla poppa, e sulla prora tanto altamente rilevati da superar talora le creste delle muraglie nimiche ; il loro centro era conformato a guisa di trinceramento dietro al quale prendevano posto i soldati, ed i bersaglieri con le varie machine guerresche di quella età, mangani, trabocchi, baliste, ramponi, sia per ghermir le navi degli avversari, sia per isbalestrare pietre enormi, ferrate travi, dardi e schidioni. Oltre queste macchine che agivano per sospingimento d'elasticità , usavano i sifoni o cerbottane di fuoco liquido , chiamato ancora fuoco greco, mistura di singolare efficacia a incenerire rapidamente ogni parte dei navigli contro a quali venisse scagliato. La manovra appiccata a tre alberi ed altrettante antenne scendeva abbasso pe 'l governo delle tre vele d'artimone, di mezzana, e della terzaruola. Alla punta del calcese sorgevano alcune gallerie capaci di contenere dieci o quindici persone che a tutta oltranza combattevano da luogo cotanto eminente. Ma la precipua forza motrice dei dromoni erano i remi lunghissimi in numero di cento, vale a dire per ciascun lato del vascello cinquanta, mossi dalle robuste braccia di dugento remieri: ai quali aggiungendo trecento soldati per la battaglia, cinquanta marinai per il servigio delle vele e delle ancore, le maestranze per i lavori di bordo, i piloti pel governo del timone, il centurione che in tempo di combattimento assisteva alla poppa presso lo stendardo, gli ufficiali che dirigevano le manovre delle macchine, e del fuoco alla prua e nel centro, ne risulta un numero complessivo di quasi seicento uomini per ciascuna di quelle navi, la cui grandezza, equipaggio, e forza rimane pe i discorso precedente dichiarata. Quantunque poi sia difficile determinar il numero delli dromoni e navi componenti l'armata di papa Giovanni, nondimeno posso mantenere tre punti principalissimi, cioè ch'essa fu costruita ed equipaggiata nello stato papaleo, che stanziava al porto romano sulla foce del tevere o, e che in quest'anno

101. Vedi sopra docum. e nota n. 99. 102. Vedi appresso docum. e nota n. 108, 120, e 136.

medesimo uscì al mare in traccia dei nemici sopra i quali riportò una segnalata vittoria o. Imperciocchè quando il papa nel mese di marzo e ritorno da Napoli, viaggiava lungo le spiaggie, prima a Fondi, e dopo a Terracina ritrovò che le navi dei saracini avevano dato il sacco a tutti i luoghi abitati e deserti del littorale, ed i mori sbarcati in terra abitavano nelle città medesime come se fossero in casa propria. Per la qual cosa, lasciando in sospeso il viaggio che aveva disegnato per Ravenna, come fu in Roma quantunque stracco ed ammalato radunò le milizie romane, ed egli stesso con loro s'imbarcò alla foce del tevere sopra l'armata, e piombò nel mezzo alla bordaglia saracinesca. Tanto fu ardito e repentino l'assalimento, e con tale arte preparato e diretto che in poco tempo di battaglia la flotta nimica fu sconfitta, moltissimi saracini uccisi, dieciotto vascelli sottomessi , e seicento cristiani liberati dalle catene. La notizia di questa gloriosa giornata trasmise il pontefice all'imperadore ed alla imperadrice con le seguenti parole: «Quando noi tornavamo da Napoli abbiamo trovato lungo la strada marittima i segni dolorosi del recente saccheggio, anzi abbiamo veduto noi stessi le città di Fondi e di Terracina occupate dai nemici che vi si erano appiastrati dentro come se fossero in casa propria. Quindi è che fatta in Roma una brevissima dimora di soli cinque giorni, quantunque amareggiati nell'anima ed infermi nel corpo, uscimmo nondimeno a battaglia guidando i nostri fedeli romani, e con l'aiuto di Dio abbiamo attrappato dieciotto vascelli nimici, trucidati molti saracini e liberati dalla schiavitù quasi seicento cristiani ». Notevole testimonianza di nobile impresa che nel difetto degli storici ci hanno conservata i canonisti, e segno anche questo della intelligenza scambievole tra il pontificato e l'imperio per l'istesso fine della comune difesa. Da Terracina poi con l'armata trionfante il pontefice trascorse a Trajetto per dar con quella sua vittoria calore alle fredde e timorose risoluzioni dei Napolitani, richiamò in quel luogo un'altra volta gli oratori dei principi e dei comuni, ripigliò la

103. JoANNIs VIII. Epistola imperatori et imperatrici. « Cum reversi fuissemus. » apud IvoNEM in decret. cit., p. 334. Lib. X. Cap. LyxI. et ap, MANsi coll, concil. cit. Tom. XVII, p. 243. et ap. JAFF è cit. n. 2581.

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