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pare sublime, l'intelletto s'intromette a raccogliere l'alto senso
contenuto sotto al velame delle figure, e ti lascia in quella tre-
pidazione dubbiosa e lieta che uom prova all'ultimo momento
della perigliosa battaglia che già trascorre al primo istante della
certa vittoria. Tu vedi il mare Tirreno , il fiume Tevere, la
citta di Ostia, le navi del pontefice e degli alleati, il lido co-
perto di gente promiscua, atteggiata con infinita varietà di mo-
venze e di affetti impressi dal pennello sopra la fisonomia di
ciascuno.
Ma già l'occhio dopo un primo vagheggiare è chiamato
sulla sinistra della parete dal principal personaggio, e in lui si
affisa riconoscendo alla tiara, ed al manto pontificale il ponte-
fice sommo, che con lietissima faccia, e per uno attuccio ahi!
quanto caro delle mani così mezzo tra sollevate e giunte si volge
tranquillamente al cielo, e al tempo stesso tu leggi sulle tre-
mule labbra ch' egli prega per la salute dei fedeli, e rende
grazie della vittoria conseguita. Non armi non ferro non san-
gue, non ispira vendetta o sterminio, egli è mansueto, e le sue
preci comechè sante, ascendono gradite al cospetto di Dio. Il
suo trono è allo scoperto sopra un largo imbasamento di pie-
tra, come se fosse il poggetto del foro o di altro antico edificio,
e su quello dispiega la ricca lamiera del manto rabescato a seta
e ad oro. Un giovane chierico sostiene in asta la croce papale,
che nobilmente spicca al di sopra dei cimieri delle milizie ro-
mane, e sopra alle berrette di due cardinali ritti in piedi ap-
presso al trono o.
Siccome poi si fa manifesto dall'istoria che Leon quarto
dentro in Roma e non fuori ad Ostia dimorasse per la giornata
del combattimento, così l'artista valentissimo per solenne ma-
gisterio ha ripieno il tratto mediano tra la città di Ostia ed il
trono del papa con la piramide di Cajo Cestio, che tutti sanno
essere piantata immobilmente dentro le mura di Roma alla porta
ostiense: e così per lancio di fantasia ponendo il papa al di quà
della piramide predetta lo mantiene in Roma, e facendo spa-
rire la strada che mena ad Ostia, te lo presenta colà ove con

le ap'

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- 82. Sono i ritratti dei cardinali Giulio dei Medici che fu poi Clemente VII. e Divizio da Bibbiena. – La targa delle milizie porta in banda la nota sigla S. P. Q. R. che messa in scorcio si manifesta per l'ultima lettera.

lo spirito assisteva; salva la verità dei luoghi e dei tempi, e per giunta ritraendo nella fisonomia del quarto quella del decimo Leone rileva a maggiore onoranza i due pontefici, ed a più gran pregio il dipinto. Ma già il tuo sguardo, lettore mio dolce, con la celerità del pensiero segue le tracce del pennello, e senza stracchezza di viaggio tu giugni in un momento come per incanto da Roma ad Ostia, la bella città che vedi in prospettiva più avanti, dalla istessa parte ov' è Leone ; ecco le mura merlate e le torri, la porta ed il ponte, i fanti ed i cavalli, la città ed il porto, e sublime agitato dal vento lo stendardo pontificio che si piega in grembi sulla cima della fortezza. Sotto le mura poi trascorre l'ampia linea dell'orizzonte sul mare, le acque sono ritornate a tranquillità, e la vittoria è già certa nella dispersione dei nemici, nel naufragio dei loro legni, nell'incendio e nella ruina di quelli che pocanzi minacciavano ruina ed incendio. Le navi dei cristiani sono schierate sul mare presso ad Ostia e tra la promiscua moltitudine dei bastimenti messi in scorcio e quasi coperti gli uni dagli altri risaltano innanzi all'occhio quattro grandi vascelli, dei quali i due maggiori portano alle pavesate le insegne pontificie cioè le chiavi d'oro in campo rosso sormontate dal triregno, gli altri due spiegano lo stemma degli ausiliari croce rossa in campo d' argento. Questi grossi navigli onninamente ritraggono le forme dell'antica costruzione, rilevati di corpo e di bordo, poca manovra di vele, speroni enormi per grandezza terminati in figure bizzarramente fiere di serpenti e di leoni, forniti di poderosi castelli a prora ed a poppa, e sulla punta estrema dell'albero maestro un gran palco di galleria pieno di gente che mostra ancor di voler combattere sbalestrando dall'alto al basso pietre e saette. Chi vuole studiare i modelli dell'antica architettura navale venga a vedere la membratura di queste moli disegnate da Raffaello, e ne acquisterà tanta dottrina quanta per entro ai libri ne rimane. Sul bordo degli alleati tutto spira vita e movimento: quà alcuni soldati brandiscono le spade e percuotono gli scudi, là squillano le trombe marziali e fanno echeggiar la musica della vittoria su la marina di Roma. Ma al tempo stesso l'ombra e l'orrore si aggrava su l'armata nemica, alcune navi compariscono in fuga perseguitate dai vincitori, altre sdrucite che vanno innanzi a certa perdizione, quelle già ardono tra i vortici delle fiamme e del fumo riverberato in ombra tra 'l cielo e 'l mare; queste più propinque disalberate e rotte ti mostrano le interne viscere miserabilmente infrante e piene d'infedeli giacenti in ogni maniera di uccisione. Quì non finisce la storia, nè l'arte dell'Urbinate; anzi a maggior volo d'ingegnosi partiti levandosi ti mette innanzi il fiume di Roma, che mescola le acque sue bionde con l'azzurra marina, e te lo fa scorrere alla diritta tra le ripe di Ostia, e quelle dell'isola sacra. Una parte di questa isola verdeggiante di ginepri termina l'estrema diritta del dipinto, e quivi è istoriato un episodio della grande battaglia. Ecco due cavalieri romani alle prese con alcuni saracini che nuotando dopo il naufragio sono montati a far testa nell'isola: i nostri campioni coperti di tutt'arme, fregiati sullo scudo con lo stemma pontificio, arrestate le lancie, e a tutta foga di generosi destrieri correndo, non curano certi nemici che con l'arco teso da lungi saettano, ma si stringono a pugnare con quelli che sono venuti avanti a provocarli: l'uno dei pagani è già stato percosso e giace in terra; l'altro sebbene resista ancora, e meni di man rovescio al rivale che l'affronta, nondimeno riurtato esso stesso in mezzo al petto dal cavallo e dalla lancia latina già comincia a piegarsi in arco sulle reni, con movenza così naturale che già già lo vedi cadere. Fatto questo trascorrimento intorno alla parete, l'occhio ritorna presso al pontefice donde parti, e qui ancora si rinnovano mirabili cose e stupende per giudizio e per arte. Ecco presso alla riva del Tevere un battello fluviale: il navalestro ponzando sul remo di tutta forza con il braccio robusto e con la persona lo mantiene alla riva, mentre ne sbarcano i guerrieri cristiani coperti fieramente d'elmi e soprasberghe scortando i prigionieri legati e sommessi. Qui è il rimescolamento più folto, ed il contrasto più deciso delle fisonomie e delle passioni. Taluno dei pagani stretto nelle catene guarda fiero e minaccia, talaltro ti mostra all'aria il dolore, la paura e la morte; i vincitori stendono la mano ad attrappare i vinti per le irte chiome, e per la barba ruvida. Quà un saracino è genuflesso; ma nell'atto che vien legato fa prova di strappar dalle mani al berroviero una mazza ferrata; guai se quel rubbello la toglie! guai se la mena in giro tra la folta dei cristiani! ma il vittorioso gli sta sopra, e l'arma micidiale con tanta fortezza ritiene che i suoi muscoli saltano fuori dalla destra; e al tempo stesso non abbandona il nimico ricalcitrante, anzi con la sinistra lo ghermisce alle reni, col cubito lo comprime sul capo, e con lo stesso suo capo premendo lo impiomba giuso tanto che colui spossato riconosce suo malgrado il predominio della robustezza latina. Un altro guerriero legale mani ad un pagano disteso boccone sul suolo, e del ginocchio fa puntello per annodarne strettamente le funi: molti si accostano traendo le armi e le spoglie dei nimici: e finalmente alla diritta del Pontefice fa bella mostra di se coperto di nobilissima armadura Cesario il prode figliuolo del nobile duca di Napoli, il quale avendo ad un valletto rimessa la targa dell'armi sue, e deposto in terra il cimiero della sirena, a capo scoperto dimostra tutta intiera la intrepida faccia, il rispetto al Pontefice e la sudata vittoria: imperciocchè gettata indietro la chioma ancor quasi stillante sudore, e con la sinistra adagiato in riposo sul fianco, ti dice quanta parte abbia presa per condurre la battaglia al compimento.

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Tutte queste cose meglio può intendere chiunque vegga e consideri le tinte calde dell'originale che non chi legge sopra la fredda pagina d'un libro; l'anima sola di Raffaello potrebbe dare alle parole una parte di quella robustezza e colorito onde egli fece rivivere gli antichi eroi del suo dipinto. Agl'intelligenti basteranno questi cenni cui fia suggello e conclusione il volgarizzamento della leggenda latina scritta per questa stessa pittura o.

82. Nella calcografia camerale di Roma si trova incisa in rame la battaglia di Ostia, prima per Francesco Aquila in piccol sesto e con minor diligenza specialmente negli accessori delle bandiere e degli stemmi, e poi in gran foglio e maggior merito da Luigi Fabris che la dedicò a Leone XII. Ambedue possono vedersi nella collezione delle stampe alla biblioteca Casanatense segnate questa O, I. 54. e quella 0. II. 12.

E sotto la seguente iscrizione.

« Saracenorum copiae, solutis ex insula Sardinia navibus, omni festinatione properabant in Latium, ut imparatum ad arma romanum militem, relictamque urbem direptionibus ac cadibus in maxima civium trepidatione deprehenderent. Sed qui nunquam cavere intermiserat barbarorum insidias Summus Pontifex Leo IV, expeditione detecta, quanto poterat prae angustia temporis, cum exercitus robore 0stiam profectus est. Ibi protinus instructa classe, cum hostium vela jam apparerent in equore, altum jussit petere rates, et strenue in pralia ruentibus non defuturam celestem opem benedicendo promisit. Quo Marte statim fervere caperit Thyrrenum mare: qualis fuerit exitus pugna: quanta captivorum multitudo raptata victorum manibus impio sanguine littus faedaverit, quot barbarica subjicerentur eacuvia apostolico solio inter vetusta edificiorum rudera collocato: quam humili majestate in marima residens gloria Sanctissimus Pontifex exercituum Deo retulerit acceptum ex immanissimo hoste triumphum, satis patet intuentijus tabulam, in qua pugnandi virtutem sic emulatur pingendi virtus, ut ipsamet victoria secum de victoria contendere videaturi».

« Quando le schiere dei saracini, sciolte le vele dall'isola di Sardegna, venivano avacciandosi celatamente alle sponde latine per sorprendere le milizie romane e riempir la città costernata di ruina e di strage, allora il Pontefice Leone quarto, che mai non aveva lasciato di stare in guardia contro le insidie dei barbari, come ebbe saputa la mossa nemichevole di costoro, con la maggior sollecitudine che l'angustia del tempo gli consentisse menò ad Ostia le migliori sue milizie, e colà fatta l'ordinanza di navale armamento, mentre già comparivano le vele inimiche, comandò ai cristiani che andassero ad incontrarle a sicuranza, e per la sua benedizione accompagnandoli promise adiutorio superno ai valorosi che ne andavano in battaglia. Qual fosse in quel dì sul mar Tirreno la mischia di guerra, quale il termine del combattimento, quanta moltitudine d'inimici tratta in schiavitudine o trucidata dai vincitori maculasse di sangue infedele la spiaggia romana, quante spoglie barbariche venissero presentate al soglio pontificio innalzato sopra ai ruderi di vetusti monumenti, come poi si tenesse tutto umile in tanta gloria il Pontefice santissimo riportando al Dio delle armate il trionfo conseguito sopra ai crudeli nemici, abbastanza si mostra a chiunque risguarda in sul dipinto, nel quale la virtù del guerriero venuta al paragone con la virtù dell'artista, tanto l'una sull'altra a vicenda per emulazione gareggiando si solleva, che quà la medesima vittoria sembra seco stessa della vittoria contendere ».

XV. – Ora poi da questo fatto principalissimo, e per ogni maniera di documenti dichiarato, mi converrà dedurre alquante conseguenze utili agli studiosi. In primo luogo, non volendo che le false opinioni popolari prevalgono contro la verità dei

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