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vere, e le marine del Tirreno si riscossero alla nuova formola, foriera di novelli trionfi non meno gloriosi degli antichi. Non riputarono già che fosse vergogna, ma onore grandissimo, quei prodi il fare pubblica dimostrazione della loro fede, e mantenere incorrotte le pratiche della religione: che anzi mentre essi si disponevano ad affrontare il pericolo della morte, e ad operare cose grandi stimarono giusto doversi rivolgere al grande per essenza, ch'è colui dal quale proviene la vita, il senno, la forza e la prosperità per gli uomini di buon volere. Il fatto poi confermò la teoria degli effetti salutari che negli animi dei soldati produce la religione; siccome non solo i libri dei monaci, ma ancora i discorsi del Macchiavello a confusione degli stolti hanno dimostrato "o. Ma ritornando ai fatti, dirò: che la sera istessa dopo la solenne benedizione fece ritorno san Leone alla sua sede in Roma; quando ecco all'indomani molto per tempo comparire sull'azzurro orizzonte la bianca velatura dell'armata nimica, che veniva con buon vento e fresco ricercando le note strade del fiume e di Roma: non pensavano i mori alla fortuna che in quel luogo e tempo li aspettava. Allora appunto ch'ebbero i nostri veduto l'inimico in pelago si avvisarono andarlo ad incontrare per venire a battaglia con lui. E con questo, senza arresto, aiutandosi come meglio potevano a vela ed a remo si addirizzarono contro i vegnenti; e incontratisi con loro in mezzo il mare appiccarono di presente una ferocissima mischia all'antiguardo che presto divenne generale battaglia in tutta l'ordidinanza. Quanto può l'arte della guerra, la maestria dei capitani, la fortezza dei soldati, la scuola dell'armi, il governo dei navigli, quanto può grandezza d'animo, fiducia di religione, prontezza di comando, e valore di esecuzione, tutto insieme spiccò nella zuffa combattuta innanzi ad Ostia; talchè il nemico quantunque prode ne restò non solo sgominato al primo assalto, ma anche percosso e rifinito dalla pertinace gagliardia onde i nostri mantenevano e tiravano avanti la battaglia già inclinata a manifesto vantaggio. Imperciocchè l'uccisone dei bar

76. Niccolò MAccHIAvELLI. Discorsi sopra le deche di Tito Livio. Lib. I. Cap. Xr. a xv.

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bari era grandissima, molte delle loro navi già vinte, ed altre più cacciate in fuga; quando colui ch'è il reggitor delle battaglie, al di cui cenno obbediscono il mare ed i venti, volle metterci visibilmente la sua mano, e togliere ai nimici ogni speranza di fuga così che la vittoria riuscisse completa, e l'orgoglio loro totalmente umiliato. Per lieve tramutamento d'aria saltò il vento di verso libeccio e gonfiò il mare su la spiaggia romana: questo vento e questa spiaggia sono la più fiera maladizione che possa cogliere i naviganti; e per essa restarono conquisi i mussulmani. Al primo impeto del vento terribile si trovarono divisi i combattenti; e mentre i vincitori raccoglievano le loro navi ad Ostia, al Tevere, ai lidi e porti amici, i barbari al contrario già stremati di forza, e perduti di arte e senza ricovero, restarono su i legni quasi trastullo del mar tempestoso: i più fuggiaschi avvolti nel turbine e squarciati nelle manovre e nei fianchi andavano tranghiottiti nell'abisso del mare: questi venivano dal fiotto prepotente ricacciati e franti alla spiaggia: taluno rotto sui sassi e ripreso dall'onde finiva maciullato e sommerso: tal'altro già sull'orlo del precipizio implorava per grazia di arrendersi e comperare la vita con le catene : altri sdruciti in varie forme scadevano a riempir di naufraghi i lidi e le isole vicine: quelli finalmente che rimasero abbandonati furono arsi dai cristiani. In sostanza tutta l'armata nemica fu in un giorno completamente distrutta, e gl'infedeli nella maggior parte o morti o prigionieri.

Poco dopo le schiere vincitrici ricalcarono le vie di Roma ove i cittadini di ogni ordine, il clero ed il popolo accorrevano ad incontrarli dimenando festa e gioia grandissima. Nella pompa del trionfo si traevano alla pubblica vista le ricche spoglie e le armi crudeli dei vinti; ed alcune migliaia di saraceni condotti prigionieri tra le catene facevano maravigliare i quiriti per la stranezza delle fisonomie e delle vestimenta barbariche. Il popolo ringraziava la provvidenza superna che avesse liberato la città e il santuario dal presentissimo pericolo, ed ammirava al tempo stesso la varietà della fortuna per la quale coloro, che minacciavano farsi padroni di Roma, entravano in quell'istesso luogo condotti per servi, dannati al pubblico lavoro nelle nuove opere del Vaticano.

Carlo Sigonio gravissimo storico dopo aver narrate le vio cende di questa battaglia ne fa paragone con la notissima di Lepanto , ed il suo giudizio pronuncia con le seguenti parole : " « A gran pena si potrebbe ricordare per tutta l' antichità una battaglia più nobile per gli esempli e per gli effetti. Cotesta splendidissima vittoria sopra ai saracini guadagnata fece rinnovare in Roma dopo lunghi anni lo spettacolo insigne degli antichi trionfi navali; e questo ancora dopo tante perdite Iddio ottimo massimo ha conceduto a noi di rivedere nel pontificato di Pio quinto, allorquando vinta e sottomessa a Lepanto la grandissima e potentissima armata dei turchi, Marcantonio Colonna capitan generale dell'armata pontificia in quella guerra portando seco di là spoglie e prigionieri fece in Roma l'ingresso trionfale ». Ed il cardinale Cesare Baronio rapportando i fatti stessi del combattimento e della vittoria, noverando le ricche spoglie, le argenterie di rabescato lavoro ammirabili per artificio e cesellatura offerte come dono di primizie al tempio di san Pietro, rammentando l'ingresso trionfale delle milizie romane, la venuta dei prigionieri ed il destinamento dei medesimi a fabbricare le torri e le cortine del vaticano, conchiude il racconto nel modo che segue "o. « Io meco stesso mi sono maravigliato allorquando studiavo sopra la storia della battaglia navale di Ostia, e ne venivo descrivendo i successi appunto in quei giorni che un'altra volta vedevo qui in Roma i seguaci di Maometto presso alle mura del vaticano a portar pietre e calcina per la fabbrica dei baluardi che ricingono la nostra città, cominciati prima da Pio quarto, e compiti poi dalla santa memoria di Pio quinto. Ho veduto io stesso, dopo quella ammirabile e famosissima battaglia navale vinta a Lepanto contro i turchi, ho veduto a Roma i prigionieri coll'anello al piede esser condotti al lavoro per fanti dei muratori romani. Ammirabile provvidenza di Dio ! che ha voluto più volte mostrare la sua possanza e confondere i mimici, facendo che le stesse mani, già sollevate per la distruzione del suo tempio, servissero alle opere dei ripari ond' è per arte militare difeso ». Finalmente

71. CARon Us SIGoNius. Histor. de regno Italia e ad an. 849. p. 218, in-fol. Bologna 1580. 78. BARonius. A n. Eccl. 849 n. 7. ad 1 1.

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l'istesso pontefice san Leone quarto volle scrivere alcune parole
di questi fatti memorabili per entro una epistola indirizzata al-
l'imperadore, di che il monaco Graziano nel suo decreto ne ha
conservato alcun brano, che dice così: o « Sovente giugne-
vano alle nostre orecchie notizie sinistre dalla parte dei sara-
cini, e fummo anche avvisati che coloro macchinassero di ve-
nire occultamente al porto romano ed occuparlo per sorpresa.
Laonde noi di presente facemmo adunare in armi il nostro po-
polo, e scendemmo insieme con quello alla marina: impercioc-
chè noi non permettiamo giammai che le nostre genti siano
oppressate da alcuno; ma qualora la necessità ci costringa noi
andiamo con la persona nostra alla riscossa, perchè del nostro
gregge esser dobbiamo in ogni occorrenza la guida e il protet-
tore ».
Ecco dunque che io qua inaddietro ho finito di narrare
quello che storicamente si può dire della battaglia di Ostia, ma
non per questo vanamente mi lusingo di aver satisfatto in ogni
parte alla curiosità dei lettori. Vi sarebbero tante altre cose a
sapere, che dei capitani e delle milizie, che delle navi a loro
ordinanza, poi la virtù specialmente mostrata da ciascuno, e
il numero degli amici e dei nemici e tanti altri particolari ai
quali per quanto io mi sia travagliato, veggo non potersi più
discendere che sin dove giungono i documenti qui avanti pro-
dotti. Tuttavia volendo pur dare una mano di compimento a
tale rilevantissimo racconto, anzichè giucar di fantasia come
già fecero il Summonte e il Giannattasio o, storici seicenti-
sti, che ambedue non d'altronde che dal proprio celabro tras-
sero fuori e composero quello che solo essi ne scrissero, nar-
rerò il modo come l'ha trattato Raffaello Sanzio da Urbino nel
suo famoso dipinto, che al postutto di nome e di fatto vuolsi
chiamare una grande istoria. Nè potrà alcuno dubitare che nel
secolo di Leone decimo fossero più fresche le memorie, e me-

79. GRATIANUs. Decr. Parte II. cas. 23. quaest. VIII, cap. vii. vIII. pag. 1808. in-fol. Roma 1582. IvoNis. Decr. X. Cap. LyxxIII. LAxxiv. MANsi. Collect. Concil. Tom. XIV. p. 888. 80. Nicolaus PARTHENIus GIANNATTAsio. Hist. Neapol. in-4. Napoli 1713. T. I. pag. 131. GiovANNI ANToNIo Summonte. Storia di Napoli 1673. in-4. T. I, p. 424.

glio conservate le pergamene del vaticano non ancora messo a sacco dal Borbone, dalle quali, insieme all'Urbinate, il Caro, il Bembo, il Sadoleto ed i primi uomini di quella età che ne dirigevano il pennello abbiano dedotta la verità che da tutto il dipinto traspira. Certo è che il Raffaello sovrumano espresse coi colori non solo il magisterio delle arti, ma anche quello delle scienze: egli è un filosofo nella scuola d'Atene, un teologo nella disputa del sacramento, un poeta allorchè dipinge il parnaso, ed uno storico solennissimo sacro e profano negli affreschi della bibbia, ed in tante altre sue ammirabili composizioni. La verità che si ammira in tutte l'opere dell'artista immortale non può indurre suspicione ch'egli debba riescir bugiardo solamente nel dipinto che ora prendo a descrivere. E tanto più volontieri m'induco a stenderne una sposizione, quanto che niuno per l'innanzi ne ha trattato (per quel che io sappia ) degnamente per rispetto alla storia navale, talchè potrò io non solo chiarir meglio la significazione del dipinto, ma anche ribadire le speciali notizie che al mio argomento si appartengono. Le marine di Raffaello sono assai rare; egli non era inchinevole a questo genere di composizione; nato in Urbino, educato in Perugia e Fiorenza, sollevato in Roma, cioè nei paesi mediterranei, non aveva quel sentimento marineresco che su le tele trasfusero Salvator Rosa e Claudio. Ma non per questo venne meno alla prova, anzi è a notare, che se Raffaello colorì una marina, ciò avvenne per servigio d'un pontefice e per istoriare i fatti della marina pontificia o. Sopra l'intera parete di una gran sala del vaticano si svolge la pittura della battaglia d'Ostia simile ad un grande poema; ivi si pare l'arte sublime del dipintore sovrano che a suo talento ti pone sott'occhio in un tratto solo l'ordine successivo della giornata senza alcuna confusione di concetto. Quando tu guardi il dipinto per la prima volta ti si riempie l'anima della bramosia di riconoscere qualche gran fatto che di presente ap

81. Alcuni vogliono che l' esecuzione di questo dipinto sia di Giovanni da Udine sopra i cartoni di Raffaello. Vasari nella vita di Giovanni dice che esso operò in vaticano a meraviglia d'ordine di Raffaello, ma non specifica i lavori: d'altronde poi il Vasari istesso attribuisce non a Giovanni ma esplicitamente a Raffaello « la storia di Leone IV. in cui si vedono i cristiani combattere in mare l'armata dei turchi, fatta con arte e colorito da non potersi esprimere ».

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