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mare. I profanatori alloggiati nella basilica di san Paolo furono
quasi tutti in quel luogo medesimo esterminati dagli abitatori
delle campagne o, e sopravvenendo sempre nuovi armati dalle
provincie fecero tutti insieme un tal impeto, che la vittoria dei
romani fu completa. Imperciocchè i saracini oppressi di rilancio
per la non pensata aggressione non ebbero nè tempo nè mente
da tornare alle navi; ma cacciati in fuga s'imbrancarono per
la via Appia sempre inseguiti alle spalle dallo stormo crescente
dei sollevati, che tagliandone a pezzi un gran numero li per-
seguitava sino al confine di Napoli. Scossi intanto alla fama di
quella guerra ed al pericolo imminente si mossero ancora gli al-
tri principi d'Italia; prima coll'esercito suo il duca di Spoleti o,
appresso le brigate di Ludovico re d'Italia e figliuolo a Lotario
re dei franchi, e poi quelle di Napoli e di Amalfi che oppor-
tunamente si congiunsero insieme allorachè i pagani, ripreso ani-
mo, si erano accampati sotto le mura di Gaeta.
Colà convennero quasi al tempo stesso ciascuno presso i
suoi da una parte le schiere italiane e dall'altra le orde sara-
cinesche: le prime a lunghe giornate calate giù di Lombardia,
dalle Marche, dalla Romagna e dal Regno ; le altre venute a
gonfie vele avacciandosi dall'Africa e dai presidi di Sicilia e
di Calabria: gli uni e gli altri sollecitamente procacciavano riu-
scir superiori nell'assunto e rilevare l'estimazione della propria
potenza. E tanto arditamente procedevano allora nelle cose di
guerra i saracini che quantunque percossi a Roma, perseguitati
a Terracina e rimbalzati a Gaeta dalle migliori milizie di Italia,
non chè ritirarsi, impresero l'assedio della istessa città sotto gli
occhi dei vincitori stringendola e battagliandola ad un tempo per
terra e per mare. Fu grandissima fortuna dei gaetani l'essere
stati soccorsi dai duchi di Spoleto e Camerino, dai lombardi e
dalle genti romane e napolitane, che altrimenti sarebbero giunti
allo stesso termine di tante altre popolazioni quì inaddietro no-
minate: e quasi neppure tanti soccorsi bastarono; perchè a fa-

e di

1717.

sto o

70. Pars autem hostinm ecclesiam beati Pauli adiens a Campaniensibus opPressa prorsus interfecta est. ANNALEs BERTINIANI ad an. 846. - MURAT. S. R. I. Tom. II. Parte I. p. 530. 71. CAMPELLo BERNARDINo. Storia di Spoleto, in-4. Spoleti 1672. Lib. XVI. pag. 521.

vellar giustamente la liberazione di Gaeta prevenne piuttosto per giudizio di Dio che per umano valore.

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Imperciocchè protraendosi a lungo l'assedio, e venendo dal mare sempre nuovi rinfreschi ai saracini non si poteva veder giusto il fine di quella contesa, se nella invernata che dette principio all'anno 847 non si fosse commossa per dir così la natura a perseguitar gl'invasori. Nel mutamento della stagione il mare si levò a tempesta orribilissima per isformato fragore dell'onde e gonfiamento dei flutti ed impeto del vento; talchè durando pertinacemente il fortunale per tre giorni e tre notti senza raggio di speranza o di calma già gli uomini oppressi si riducevano a disperamento e le navi tormentate e scosse apparivano vicine alla total distruzione; quando l'almirante saracino mandò agli alleati per una tregua, sotto promissione d'andarsene via con tutti i suoi al primo buon tempo, purchè gli venisse consentito di assicurare di presente l'armata sua nel porto di Gaeta ed al ridosso delle propinque marine. Pattuirono con solennità di sacramento tra le due parti, ed i nimici afflosciati si rico– verarono nel porto. Dopo alquanti giorni fattosi dolce il vento ed il mare tranquillo i saracini furono a consiglio e s'accordarono d'andarsene chetamente, secondo il patto : così che imbarcate tutte le fanterie, che avevano fatto campo intorno alla terra, e tutte loro armi ed arnesi, sciolsero le vele e si misero in cammino per mezzo il mare. Ma come ebbero alquanto tempo navigato capitarono in parte ove non poterono sfuggire dalla vendetta superna: imperciocchè ripicchiò la furia della istessa tempesta, e spiegando tutta la sua possanza il turbator delle onde austro violentissimo, quelle genti, quelle rapine e quelle navi già conquassate naufragarono, e n'andettero quasi tutte tranghiottite dal mare. Giovanni diacono scrittore di quello istesso secolo ammira nel fatto precedente la prudenza dei cristiani e la giustizia di Dio. I primi saviamente governandosi pattuirono il ricovero ai nemici non solo per mostra di generosità, e per rispetto alle leggi di natura, ma anche per provvedere alla sicurezza propria, che altrimenti se le navi mimiche spinte dai marosi avessero investito in terra poteva nel tumulto e nella di

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sperazione andarne di mezzo la perdita di Gaeta. La divina giustizia poi dice essere comparsa a profanatori di ogni divino ed umano diritto deprimendoli tanto più abbasso, quanto più superbamente si erano sollevati, talchè la mano dell'Altissimo li percosse come già nel eritreo precipitò Faraone e gli egiziani o.

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XIV. – Nel tempo stesso che queste cose accadevano venne a morte il pontefice Sergio secondo, e salì al trono Leone quarto romano, uomo di gran sangue di gran mente e di gran virtù, come i tempi lo richiedevano. La sua elezione ebbe qualche cosa di straordinario per la urgente necessità : bisognava ai romani avere un capo che prendesse il governo e provvedesse ai bisogni della città poc'anzi assalita e sempre minacciata dagl'infedeli. Ed egli alla comune aspettazione ampiamente corrispose; imperciocchè di presente dette mano a stabilir gli ordini della difesa e a mettere in buon assetto le sue forze di terra e di mare. In Roma poi fece disegni ammirabili di fortificazioni per renderla in ogni sua parte sempre più difendevole; munir le porte, imbertescarle torri, cavare i fossi, apprestar le macchine, distribuire le guardie era il lavoro precipuo del governo civile di esso papa, che cavalcava ogni giorno attorno le mura, e ne sollecitava il fornimento. Nell'anno 849 ripigliò con opera nuova dalle fondamenta l'edificio di quindici robustissime torri, e due ne fabbricò alla porta Portese sulla riva del fiume, ove dette a conoscere tanta maestria di arte e tanto ingegnosi partiti che ciascuno ne stupiva, e poi da quelle torri tirò le catene sul passo del Tevere, ed ogni accesso clandestino precluse per siffatta maniera che laddove inaddietro valicavano uomini e barche si stimava non vi passerebbe più l'aria o. Per la qual cosa i romani maggiormente invigorirono e con

72. JoANNEs DiAcoNUs, Chron. S. R. I. T. I. Parte II. p. 315. 316.

ANASTAsius BIBLIoTHEoARIus. Vitae Rom. Pont. 8. R. I. T. III. Parte I, p. 231. col. 2. B.

8, ANToNINUs. Parte II. Tit. xvi. Cap. 1. S. 6.

MURAToRI. ANNALI 847. in med.

BARoNIUs. Ann. 847, n. 9.

73. ANASTAsIUs ut sup. p. 235. col. 2. D.

VIGNoliUs cit. T, III. p. 91.

più fiducia concorsero a dare il nome nei registri della milizia, come quelli che vedendosi per nuove opere d'afforzamento assicurati in casa confidavano di potere anche dai confini e dalle spiagge discacciare i nemici. Allora appunto i saracini rinfrancati dalle perdite precedenti disegnavano a loro costume pigliarne vendetta, un'altra volta si apparecchiavano nell'Africa per l' impresa di Roma, e già era segnato il giorno della sempre memorabile vittoria navale che rinnovar doveva sul campidoglio lo spettacolo degli antichi trionfi. L'armata formidabile degli africani approdava ai lidi della Sardegna; e mentre essa in quei luoghi alquanti giorni si tratteneva per la contrarietà dei venti, ebbero i romani l'avviso ed il tempo per allestirsi col loro naviglio a riceverli nelle marine di Ostia. Anche i vicini abitatori di Napoli, di Amalfi e di Gaeta sapendo che la sorte loro dipendeva da quella di Roma, anzichè aspettare per la seconda volta il nemico nel regno deliberarono provvedere di buon ora ai casi loro, ed unirsi coi romani per guerreggiare con maggior alleanza e manco pericolo in casa altrui. Essi fecero la raunanza e vennero ad Ostia col loro naviglio offerendosi per ausiliari ai romani, che stavano già in quel luogo con l'armata loro apparecchiati o. Come il pontefice ebbe ricevuto in Roma la grata novella

che fossero arrivate ad Ostia le squadre degli amici suoi apportatrici di accettevole rinforzo nella grandezza del pericolo se ne racconsolò grandemente, e mandò dire ai capitani sopravvegnenti che volontieri gli avrebbe veduti in Roma a fine di trattare insieme sopra i comuni interessi. Per la qual cosa i condottieri degli ausiliari, nulla più desiderando quanto ch' essere in Roma e venerare il pontefice, di presente cavalcarono alla città che amorosamente li raccolse ed alloggiò nel palagio di Laterano; e poi congregatisi coi principi romani o sotto la pre

74. SIGIBERTUs. Chron. p. 104. Antuerpiae. 1608. in-12. « Saracenis venientibus . . . . romani instantia Leonis papae, Auxiliantibus sibi etiam neapolitanis, eos bello excipiunt . . . et usque ad internecionem poene victos delent. »

ANAstAsius ut sup. p. 237. A. « Excitavit Deus corda neapolitanorum, amalphitanorum , cajetanorumque ut una cum romanis contra saracenos insurgere ac dimicare forti ter debuissent ».

Vedi le note 24, e 82.

73. Romani proceres vengono chiamati da ANAsTAsio Biblioteca Rio S. R. I. T. III. Parte I. p. 238. col. I. c.

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sidenza del pontefice svolsero gli argomenti e deliberarono quello
che fosse bene di fare per la mutua difesa. Se io qui potessi
registrare i nomi dei duci nostrani ed ausiliari che furono pre-
senti al congresso ed onore immortale si meritarono nella bat-
taglia poco dopo combattuta, il farei volentieri: ma la storia
non ci ha conservato più che due soli nomi, quello del ponte-
fice Leone quarto signore di Roma, e quello di Cesario il no-
bile figlio di Sergio duca di Napoli, nel nome dei quali tutti
gli altri personaggi delle diverse città si comprendono.
Dappoi ch'ebbero fissamente e riposatamente stabilite le
norme delle loro operazioni per tutti i possibili casi della guerra
imminente, il congresso di quei capitani principali si mise in
viaggio per Ostia; ed il pontefice san Leone andò con loro,
guidando seco le legioni romane, con le quali intendeva a rin-
forzare l'armata ch' esso ancora secondo le forme avanti di-
chiarate aveva raccolta dalle città del suo dominio; la insegna
delle chiavi e quella della croce risplendevano sopra alle lucenti
pavesate; e la marineria della lega con tal franchezza d'animo
e letizia di cuore salutava la venuta del pontefice che piutto-
sto il tripudio della vittoria, che i pericoli della pugna immi-
nente presagivano. Laonde il santo padre poco ebbe a fare per
animarli a diportarsi da valentuomini, ma soltanto li confortò
di alcuni buoni e religiosi ragionamenti: ed avendoli poi ricon-
ciliati con Dio nella partecipazione dei celesti misteri, volle
dalla chiesa di santa Aurea vergine e martire, catedrale di Ostia,
con pontificale solennità benedirli, recitando la seguente ora-
zione attissima alla circostanza, ed inserita poi nella liturgia
della chiesa, che diceva in volgar nostro, così: « Onnipotente
Iddio, la cui mano sollevò il beato apostolo Pietro a camminar
sul mare così che non sommergesse, e che dal profondo del
pelago liberò l'altro apostolo san Paolo nei tre naufragi , voi
propizio esauditeci; e per i meriti di ambedue fortificate le brac-
cia dei campioni cristiani che difendono la giusta e religiosa
causa, affinchè per la naval vittoria loro sia il vostro nome in
ogni tempo e presso tutte le genti glorificato, per i meriti di
Gesù salvator nostro : e così sia ».
L'Amen della liturgia ecclesiastica tratto fuori dai robu-
stissimi petti echeggiò romoroso come tuono sulla foce del Te-

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