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vata al mare bruscamente si rivolge in quel luogo verso il mezzo e procede sino al faro di Messina, dove finalmente rotta si ferma a Reggio nell'estremità di Calabria. Ma nel luogo predetto di Ancona, come sforzata a piegarsi, si rigonfia, leva su il promontorio Cumerio, e forma molti altri poggi e colline, tra le quali v'ha un monte bicipite che chiude in mezzo la città d'Ancona. Dal doppio vertice del monte scende abbasso doppia pendice, ciascuna delle quali prolungandosi nel mare compone l'uno dei due moli naturali onde si sviluppa la curva concava del porto nella lunghezza di mille e cento metri per corda dall'una all'altra punta misurati. Il primo degli indicati vertici, che si solleva alla diritta del lido, si dice monte Guasco, monte Marano e monte di san Ciriaco, perchè quivi in vetta alta dal mare metri cento e sette è la cattedrale dedicata a tal santo: il Guasco protende il braccio lungo tra l'acque e poi piegandolo in gombito dà grazia e difesa maggiore al bacino, ed anche il nome greco (avzov ) alla città: sul pugno poi di esso braccio generato dalla natura, e che doveva essere una volta assai più pronunciato e sporgente, fece Trajano il prolungamento o molo tirare innanzi per cento e trenta metri, ai quali ne aggiunsero i Papi altri quattrocento; così che questo principal membro del porto è lungo cinquecento cinquanta metri, e porta alla testa un fanale per i naviganti ed una batteria pei nemici. Alla sinistra spicca il secondo promontorio chiamato monte Astagno, sul cui ripiano alto cento metri apparisce, cinta di torri e bastioni che si aguzzano in punta, la fortezza dominatrice sulla città e sul porto. Anche esso l'Astagno rinserra dall'altra banda il bacino; e la mano dell'uomo ha posto intorno alla sua base un aumento di beltà e sicurezza con il simmetrico pentagono del lazzaretto, e con una scogliera a pietre perdute che in direzione quasi verticale alla spiaggia si protende tra l'acque per metri settecento, e forma un secondo braccio meno nobile ma utilissimo a mantenere la sicurezza del porto. Da tali misure ne risulta la interna capacità in più che settecentomila metri quadri, con una profondità di metri sei, otto, e dieci, capace di contenere tra tutte le qualità dei legni militari e mercantili a vapore ed a vela meglio di quattrocento bastimenti o, che ci

62. BLAEv sopra citato nota N. 8. Tav. IV. Prospetto di Ancona e del suo porto,

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ritrovano non solo un felice ingresso ma ancora una stazione
tranquilla e molta comodità per le faccende commerciali.
Al tempo dei romani per la sorveglianza dell'Illirico stan-
ziava un'armata navale in Ancona, come nel centro tra le due
guardie d'Aquileia e di Taranto: quivi ancora come a ricco em-
porio convenivano i trafficanti di Grecia, della Dalmazia e del-
l'Asia, e per quella prosperità che derivossi ai privati ed al co-
mune divenne signora delle città vicine, specialmente di Rimini,
Fano, Pesaro, Senigaglia ed Osimo, che insieme a lei forma-
rono la Pentapoli, Fiorì con gloriosi accrescimenti sotto l'im-
perio; non fu mai dominata dai goti; i longobardi la fecero
residenza d'un marchese, donde poi venne alla sua provincia la
denominazione di Marca, e finalmente per la donazione degli
imperadori e sommissione dei popoli acconciossi con tutto l'esar-
cato e la pentapoli alla suggezione dei Papi.
Era quindi tra varie fortune trapassata Ancona la nobile
città sino all'anno 839, allorchè i saracini già divenuti padroni
del mare, dopo aver dipopolate le riviere nel Mediterraneo,
rivolsero le prore all'Adriatico apparecchiandosi a celebrare an-
che in quei lidi i loro trionfi di sterminio e di desolazione.
Chiunque signoreggia nel mare egli è il padrone del mondo,
ed a suo libito si accosta ovunque abbia talento di far guadagno,
I saracini accennavano già a voler rapinare sull'adriache marine,
e gli abitatori di questi luoghi veneziani e anconitani prevedendo
i loro danni facevano la guardia all'ingresso del golfo. Ma sen-
tendosi deboli a petto i nemici sollecitarono l'imperador di Co-
stantinopoli che per salvare se stesso e le sue provincie del-
l'Epiro e della Grecia si collegasse contro al nemico comune.
Tuttavia, mentre essi con lui trattavano malagevolmente come
suole avvenire per la distanza dei luoghi e degli interessi, l'ar-
mata degli africani condotta da un cotale Almirante Saba, fiero
uomo e risoluto, cui non faceva mestieri d'imbrigarsi in trat-
tati con altrui per aumentar le forze sue, già grandissime e on-
minamente dal voler suo dipendenti, veniva avanti a piene vele

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Gran prospetto del porto, lanterna, lazzaretto etc. d'Ancona inciso alla Calcografia Camerale in due fogli massimi. Bibl. Casanat. stampe O. I. 59.

Carta Topografica di Ancona delineata ed incisa nel dicastero generale del censo. Roma 1844.

nell'Adriatico. Il naviglio di Venezia o e di Ancona o, circa settanta galere, uscendo da Taranto s'incontrò con il nemico: vennero insieme a battaglia, valorosamente da ogni parte combatterono; sinchè, prevalendo il numero e la fortuna consueta dei maomettani, restarono i nostri totalmente sconfitti: e siccome avevano con l'estrema ostinazione combattuto, così la maggior parte perirono o sommersi, o trafitti, o cattivati. Gonfio allora di prospero vento trascorse il saracino danneggiando tutte le rive di Puglia sino quasi a Venezia, e poi condusse l'armata innanzi alla città d'Ancona e le dette l'assalto. Opposero i terrazzani la maggior resistenza che da gente prode e disperata si poteva aspettare: all'immensa rabbia contrastarono con immenso valore: nondimeno restarono oppressi, ed il nemico inferoci contro i vinti guerrieri, e contro il volgo imbelle dei vecchi, dei fanciulli e delle donne. Fu quello il giorno dell'ira e della calamità; violenza, stupro, strage, fuoco, schiavitudine e desolazione d'Ancona. Non molto dopo, e forse nell'anno medesimo, gli anconitani, ch'erano scampati con la fuga, tornarono ad affacciarsi destramente tra le macerie delle patrie mura; e veduto che i nemici le avevano abbandonate, fecero concorso a rilevarle dalle ruine; che anzi cresciuti di numero per la venuta di altre genti dalle vicine terre a migliore cittadinanza chiamate dettero nuova vita e vigore a quella città, che dal mare, come da inesausta sorgente, trasse fuori tanta sostanza da risorgere più forte e più bella di prima. XIII. – Io tocco di volo questi dolorosi avvenimenti perchè non formano che la parte accessoria del mio lavoro. Quel che ho detto inaddietro basta a ritrarre lo stato delle nostre città ed il segno al quale erano ridotte nel secolo nono, come pure a dimostrare quasi direi la forza vitale dei nostri popoli,

63. MUnAtoni. ANNAli 839. in med. SIGoNIo. IIistor. de Regno Italiae in-fol. Bologna 1580. anno 839. Lib. IV. in sine p. 109. BloNDUs. Histor. Dec. II. Lib. II. in-fol. Basilea 1531, p. 175. DANDoLus. Chron. S. R. I. Tom. XII, p. 175. 64. SARACINI cit. p. 102. PERuzzi cit. Tom. I. p. 195. LEoN1 cit. p. 131.

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che avendo gettato per antiche abitudini e tradizioni nel me

stiero del mare profondissime radici, ripollulavano anche dopo

il taglio a nuovo e robustissimo tronco. Il decadimento era in

tanto generale nello Stato ed in ogni altra qualunque parte d'Italia: solamente prevalevano i nimici. La Sicilia ubbidiva intieramente ai seguaci del corano: la Calabria aveva alcune città divenute mussulmane, altre tributarie: nel 842 le bandiere della luna penetrarono dentro in Taranto e in Bari; scorsero dopo nel resto della Puglia, e giunsero sino alle porte di Benevento o : Genova istessa cadde in poter dei saracini o. Nell'anno 845 fu desolata Ponza, amenissima isola rimpetto a Terracina, e quantunque i napoletani contrastassero al procedimento degl'invasori, nondimeno questi più fieri tornarono in quelle spiaggie e si beccarono Miseno o, dove tutta la vernata si riposarono.

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Ma venuta la buona stagione uscirono da varie parti nell'anno seguente le armate dei saracini a cercar ventura, tra le quali una se ne venne per far l'acquisto di Roma. Era il ventitre del mese d'Agosto anno terzo di papa Sergio secondo, indizione nona, ed anno volgare 846, alloraquando una squadra di settantatre bastimenti con undicimila fanti e cinquecento cavalli da sbarco si presentarono alla spiaggia romana presso la foce del Tevere. O fossero costoro venuti da Civitavecchia, o dall'Africa, o dalla Sardegna, o da Miseno è tutt'uno: erano sempre gli stessi mimici che disegnavano con tutta l'armata e comodità per le vie del fiume introdursi in Roma. Alla prima comparsa di tante navi sgomentati fuormisura gli abitatori d'Ostia e di Porto chiusero a chiave le due città e si ritirarono alla capitale; ed il nemico quando l'ebbe senza contrasto occupate, tirò con tutte le navi contr'acqua su pel Tevere, mentre di quà e di là delle ripe marciavano i fanti ed i cavalli predando e desolando le campagne. Roma, la gran metropoli, ch'era stata pure dominatrice della terra, e riverita anche allora in ogni parte come capitale del mondo cattolico, si trovò prestamente assediata dalla schiuma più nera ed abbietta degli uominio. Erano le mura di essa città assai gagliarde per quei tempio e vi ci facevano buona guardia i cittadini rinforzati da molta gente concorsa dalle vicinanze a ricevere e portare salute intorno alle mura romane, e questo bastò per trastornare i nemici dal tentarne la distruzione, e dal conseguire il fine principale della impresa loro. Ma le campagne abbandonate nelle mani dei miscredenti risentirono tutti gli effetti della loro rabbia sfrenata: la luce infausta degli incendi riverberava nel giorno e molto più nella notte dalle colline circostanti, e le chiese suburbane erano ripiene di nefande brutture. La santità di quei luoghi, anche ai barbari veneranda, aveva potuto guarentirli dai goti e dai vandali ma non dai saracini, la cui rapacità sacrilega protetta dal corano non conosceva alcun freno: anzi tanto più infellonivano nello sperperamento delle sacre e profane cose quanto maggiormente stimavano meritorio il propagar la legge del profeta e distruggere il culto e le opere dei cristiani. Essi avevano gettato un ponte sul Tevere, le loro istesse navi incatenate dominavano le due rive; e chi sa a quale estremo di miseria e di fame avrebbero ridotto la città se indignati a tanto sopruso non si fossero levati a stormo i robusti abitatori della Campagna, della Sabina e del Lazio. Prese le armi che la disperazione pose loro nelle mani, movendosi a fidanza di giusta causa piombarono come folgore vendicatrice sopra gl'infedeli, e segnarono un giorno di fausto preludio alle future riscosse di terra e di

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65. BARoNIUs. Ann. eccl. am. 843. n. 29. MURAToRI. Ann. 842. in med. NITHARDUs. Histor. Lib. III. editus a PiTHAEo, in-8. Parigi 1588. 66. CHRoNicoN SICULUM, S. R. I. Tom. I. Parte II, p. 216. col. 2. B. 67. JonANNEs Diaconus. Vitae Episcoporum neapolit. S. R. I. T. I. Parte II. pag. 315. MURAroRI. Ann. 845. prop. fin.

68. BARoNIUs. Ann. 846. in princip. MURAToa1. Ann. 846. in princip. ORsi. Stor. Eccl. Lib. LVI. n. 103. VIGNoliUs. Liber pontif. in vita Sergii II. Tom. III. p. 61. ad 64. LEo OstIENsis. Lib. I. Cap. Xxix. ANNALEs FRANCoRUM- Fuldenses ex bibl. MARQUARDI FREHERI. Argentorati 1717. in-fol. Tom. I. p. 26. JoANNEs DIA con Us ut sup. CHRoNicoN VULTURNEN. S. R. I. Tom. III. Parte I. p. 390 col. 1. C. BENEDICTUs A S. ANDREA. Chron. ap. PERTz. Tom. V. p. 712. et 713, 69. Le mura di Roma disegnate da SIR WILLIAM GELL illustrate con testo e note di ANtoNIo Niesr, in-8. Roma 1820. Cap. v. e vi.

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