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magnifica orazione recitata da Francesco Filelfo per dimostrare la necessità ed onestà della guerra. Poi gli oratori delle corti si ristrinsero a negoziare, e le pratiche durarono per otto mesi, minutamente disputandosi sul luogo, tempo, danaro, genti, flotta, generali, e parte, che doveva ciascuno dei collegati sostenere. E siccome il seguire tutto il filo di siffatto negozio mi porterebbe per le lunghe assai lontano dalla marina, così io lo tralascio come è già descritto dal Gobellino, e noterò soltanto la notizia sommaria delle conclusioni o. Restò adunque fermo, che gl'italiani darebbero le decime del clero, le trigesime del popolo, e l'armata navale; gli ungheri ed i polacchi tutto il loro sforzo ; i tedeschi tra fanti e cavalli quarantadue mila uomini; il duca di Borgogna sei mila; il re d'Aragona trenta galere; i ragusèi due; i cavalieri di Rodi quattro; i francesi, i castigliani ed i portoghesi niuna promessa, ma farebbero vedendo gli altri a fare ; l'Inghilterra agitata da civili discordie, e la Scozia recondita al confine del mondo darebbero nulla; la Dacia, la Svezia, e la Norvegia nè per la distanza grande manderebbero milizie, nè per loro povertà per cunia; i boemi militerebbero a spese altrui; Scanderbeg e gli albanesi manterrebbero la guerra come per l'avanti; il duca Borso di Ferrara pagherebbe trecento mila fiorini d'oro; gli armeni, i maroniti, e gli altri cristiani orientali piglierebbero i turchi alle spalle. Progetto solenne e grandioso, che per la sua stessa grandezza e peso non si mosse mai da Mantova. Tutti i concorrenti, compresi gli armeni, si fermarono alle spalle; e la guerra caminò avanti in fronte a quelli che non potevano a meno di rimescolarla per le ragioni geografiche, comechè avendo il nemico dappresso non potevano fare a meno di levar la spada ed incrociarla contro le scimitarre nimiche se non volevano sentirne a ghiado la punta nel cuore. Il Papa stesso tuttochè bollisse in quelle pratiche, dovette soprastare quattro anni prima di ripigliarle per i continui ostacoli che si frapponevano ai suoi disegni: imperciocchè allora appunto che si trattava a Mantova dell'unione dei fedeli contro gl'infedeli, Giovanni figliuolo del re di Francia, invece di apprestarsi al passaggio di Turchia, calava in Italia ed invadeva il regno di Napoli; Federigo terzo imperadore principiava la guerra col fratello; l'Inghilterra si dilacerava tra le fazioni di Lancastro e di Iorche; Sigismondo Malatesta muoveva guerra prima al duca d'Urbino, e poi al Papa: e questi se ne ritornava in Roma più disperato che non ne fosse partito. Ma siccome era uomo di mente ferma, e sinceramente procedeva in questa bisogna, così soprastette aspettando e travagliando che la tempesta finisse per ripigliar poi dopo, come vedremo, gli ordini di quel passaggio che doveva terminarsi in Ancona. IX. – Restando adunque così sospesa la crociata, andarono sempre più le cose di Grecia cadendo di male in peggio, così che da quelle parti non si sentiva più altro che perdite e ruine. Anche i due fratelli dell'ultimo Costantino imperadore, morto da eroe l'istesso giorno che la sua capitale cadeva in mano ai barbari, i due fratelli, io dico, Tommaso e Demetrio ricoveratisi nel Peloponneso poco stettero in pace tra loro: anzi rompendo i vincoli della natura e della fede, Demetrio si armò contro il fratello, e per opprimerlo con maggior facilità dette la figlia allo stupro di Maometto ed abbracciò la superstizione dei nemici. Tommaso per qualche tempo si sostenne contro di lui, aiutato dai latini e dal Papa, che gli mandò alcune fanterie sotto Giannozzo di Cremona e il Dozza da Siena; ai quali fu confidata la difesa di Sparta, che si teneva a suggezione del Papa con mille fanti italiani spediti da Roma o.

52. GoBELLINUs. Comment. Pii II. Lib. III.

MANsi cit. ib. p. 298.
PHILIPPUs LABAEus. Collect. Concil. Venetiis in-fol. 1732. Tom. XIX. p. 209.

LeoDRIsius CRIBELLI. De expedition e Pii papae II. contra turcos. S. R. I.

Tom. XXIII.

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Ma non erano sufficienti quelle deboli provvisioni a ritenere Maometto, il quale avendo mandato fuori l'armata di cento e cinquanta vele tra galere, fuste ed altre navi, assaltò Metellino, ripigliò tutte quelle isole ch'erano state liberate da Calisto, uccise lo sventurato principe di Lesbo con tutti i suoi figliuoli, mise al palo qualunque soldato romano ritrovò in quelle parti, e sostituì ai nostri veterani il presidio dei suoi giannizzari: mentre il generale dei veneziani con tutta l'armata sua restava spettatore indifferente di tanto eccidio o. Appresso assaliva la Morea, pigliava Corinto, Atene, Sparta, e costringeva Tommaso Paleologo a rifuggiarsi in Italia. Costui venuto a Roma portò seco la insigne reliquia, che è la testa dell'apostolo santo Andrea, al quale si cantò dal clero e dal popolo quella ode saffica che il Gobellino riporta al libro ottavo. Rileggano gli studiosi le laudi quivi contenute , e facciano il commentario. A me basterà ricordare alcune frasi del medesimo, nelle quali si parla dei turchi, in questa sentenza di buon latino: inimici perfidi, ladroni d'oriente, cani spietati; e poi si implora da Dio il soccorso, dicendo: Conquidi i turchi, dà mano al mondo che già quasi crolla: vibra la folgore sul capo ai turchi, e si conchiude: all'armi contro i turchi. Il quale fraseggio scritto e cantato in quella circostanza di luogo e di persone ha gran peso a mostrare lo spirito ed il giudizio pubblico rispetto a questa materia nel mezzo al secolo decimoquinto.

53. DELLA Tucci A cit. Vol. CXXXI. p. 209.
GonzLLINvs editio Rom. in-4. 1584. Lib. III. et Iv. pag. 111. et 187.
GEongius PHRANTzA. Hist. Biz. Lib. III. e. xxIv.
RAYNALDus. Ann. 1460. n. 56-59.

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Ma per divertire alquanto il pensiero da così grande miseria, innanzi che l'armamento della crociata mi richiami in Ancona, anderò quà e là seguendo le ragioni del mio assunto appresso alle orme del Pontefice, che nel mese di maggio del 1462 se ne partì da Roma, e con tutta la corte entrò in Viterbo, e stettevi circa un mese e mezzo, e poi per cagion della peste gli convenne ridursi a Capodimonte delizioso castello della casa Farnese presso al lago di Bolsena; ove occorse un piacevole trattenimento, che disvelando le simpatie romane verso gli onori e gli esercizi navali, io non lo debbo preterire nelle mie carte. Al confine dello stato pontificio inverso Siena, circondato dalla verdeggiante corona di pittoresche montagne, tutte ombreggiate sino alla cresta di bellissime e fronzute selve, ove le ombre fresche ed il pacifico silenzio invitano il passeggero al riposo, si stendono in cerchio le acque gelide e brune del lago vulsiniese, tanto rinomato nelle etrusche antichità. Il bacino, che gira intorno venticinque miglia, raccoglie e si mantiene con le acque dei monti onde è cerchiato; e mentre nella sua parte boreale fa specchio alle mura dell'antica città di Bolsena, donde piglia il nome, dalla parte opposta, presso all'umile castello di Marta, sgorga per corso perenne con il fiume che in questo stesso modo si chiama , e che non solamente serve d'emissario alle acque soperchie del lago, ma anche fornisce ricco frutto di pescagione ai popoli vicini, specialmente ai cornetani, presso al cui territorio la Marta si scarica nel Tirreno. Di mezzo alle acque del lago sorgono due isole, ambedue abitate: la minore, per la vicinanza del fiume, è chiamata Martana; l'altra Bisentina, per un antico castello del quale non rimangono più che rottami sopra quella eminenza ove adesso è il convento dei frati Minori. L'isola servì in altri tempi per luogo di rilegamento acerbo ai prigionieri che perdevano quivi la speranza della fuga: colà fu ristretta la vergine santa Cristina; e sotto le volte di quel ferale castello Amalasunta regina dei Goti giacque trafitta dal ferro fraudolento de' suoi nimici. Il Pontefice da Capodimonte navigò più volte intorno alle isole, ne visitò le chiese , e per il giorno sacro al precursor san Giovanni or dinò la solennità d'una festa nella chiesa maggiore dell'isola Bisentina, proponendo indulgenza ai divoti che converrebbero santamente per la pietosa celebrazione. Allora Gabriele Farnese, principalissimo barone della provincia e signore dell'isola, perchè la solennità riuscisse più lieta, intimò il premio alla corsa delle barche, ch'era il più frequente e gradito sollazzo agli abitatori del lago o. Il dì ventiquattro giugno di buon mattino il Pontefice con tre cardinali, molti prelati ed i vescovi di Montefiascone e di Fuligno passò in barca da Capodimonte alla Bisentina, ove, dopo la celebrazione dei divini misteri, la carità dei frati minori, sostenuta da larghissime limosine, alimentò le turbe a frugal pasto in sulle erbette, reso più dolce dall'amenità del luogo,

54. MALIPIERo. Annali Veneti. ARCH. Sron. ITAL. Tom. VII. pag. 11. GoBELLINo ut sup. Lib. X. pag. 4 18. RAYNALDUs. Ann. 1461. n. 43.

55. GoBELLINUs JoANNes, Comment. Pii II. Libro VIII. prope finem. Francoforte 1614. in-fol. pag. 212-214. - Roma in-4. 1584. pag. 390.

e dai giuochi innocenti del foresetti. Dopo il desinare convennero in mezzo i padroni delle barche che si offerivano alla prova ; ed i giudici del campo, baron Gabriele Farnese, monsignor Alessandro suo fratello ed il capitan Passaglia della guardia pontificia ne prescelsero alcune più destre e guarnite, stratte dalle cinque principali terre intorno al lago, cioè Bolsena, Valentano, Corneto, Marta e le Grotte, dappoi pareggiarono le differenze delle barche, dei remi, e delle persone; e fermarono ad ogni nave quattro vogadori ed un nocchiero, la mossa a Capodimonte, la meta alla Bisentina, il premio otto braccia di scarlatto ; finalmente i campioni sortirono ai dadi ciascuno la sua posta, e rivestiti di assise diverse, ecco la gioventù, cui ferve in cuore il rischio ed il desìo della lode, seduta ai banchi attendere avidamente il segno per mettersi alla prova. Aveva appena squillato la tromba che in un tempo tutti i remi davano in acqua, e tutte le barche si spiccavano insieme dalla riva: le grida dei nocchieri salivano al cielo, e le acque spumose sotto al flagello dei palamenti mostravano cinque solchi biancastri tra il confuso rimescolarsi delle onde : appresso agli emoli si affaticava nel corso uno squadrone di navicelle piene di spettatori che ad alte voci chiamavano la vittoria, ciascuno per i suoi favoriti. Nel primo uscire precedeva avanti a tutte quanto era lunga la barca di Bolsena, seguivano appresso quasi del paro le due di Corneto e di Marta, ed ultime contendevano tra loro Valentano e le Grotte. E mentre tutto il lago era a festa ed a rumore, il Pontefice presso al balcone, trattando affari, riguardava alcune volte quella prospettiva di giocondo movimento, al tempo stesso che giù nel porto i giudici ed il popolo acutamente squadravano a quale riuscirebbe giunger prima.

Avevano già le cinque barche percorso più che la metà del cammino nell'ordine predetto, quando improvvisamente le sorti loro vennero a tramutarsi: imperciocchè il nocchiero di Marta, valente maestro dell'arte sua, che veniva per terzo, riguardando a molti segni la stanchezza di chi lo precedeva e di chi lo seguiva, argomentò che fosse quello il momento di strappare la vittoria dalle altrui mani e farla sua: per ciò stringendo il timone, e rilevando con parole acconce la lena dei compagni, prima l'interrogava se fossero venuti per veder gli altri

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