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come già fu il duca Allone, capitan generale nel mar Tirreno, per l'imperadore e pel papa, e che all'armata sua si congiungesse lo stuolo del naviglio pontificale massime di Roma, di Ostia, e di Civitavecchia: e questo ritengo non solo per le ragioni locali dette avanti, ma anche per rispetto alla persona dell'istesso pontefice Gregorio quarto, che essendo da tutti riconosciuto come primario motore della impresa, implicitamente almeno gli viene attribuita la cooperazione efficace alla medesima con quelle forze navali che già si è veduto essere state nelle città marittime dai pontefici preparate. Già per altra parte si conosce che quattro anni prima il papa non mancò in minori bisogni e manco impegno suo di mandar soccorso di navi e galere ai corsi per aiutarli contro i mori o, e vedremo poi dagli effetti quale fosse stato secondo il giudizio dei saracini il più deciso operatore di quella spedizione, e contro cui si rivolgessero a pigliarne vendetta. Dopo questo darò principio alla narrazione dei fatti con le parole del Roncioni: Persuasi adunque dal papa il conte Bonifazio e gli altri conti della Tuscia presero l'armi, e non navigarono già in Sicilia sapendo esservi il nemico vincitore e più di loro potente, ma con valoroso consiglio passarono in Africa, facendo l'istesso disegno che già prima fece Scipione per levar via d'Italia e di Roma Annibale, e portar la guerra in Cartagine: affinchè i saracini vedendo la patria loro assalita e travagliata venissero a soccorrerla, e si levassero dalla Sicilia o. Arrivati per tanto in Africa, e presa terra tra Utica e Cartagine, dettero il guasto a tutto il paese e corsero da vincitori in ogni parte, non essendosi trovato alcuno che fosse ardito contrastarne il passo, sinchè non furono propinqui a Cartagine, ove i nemici si erano raccolti, e facevano le viste di apparecchiarsi alla guerra. Per la qual cosa, come ebbe il conte confortato le sue genti a dimostrare il consueto valore, specialmente in quella occasione che avevano per le mani tanto giusta guerra e tante speranze per la salute della cristianità, comandò che fosse assalita la piazza: ma allora appunto ad un tratto i nemici ne uscirono fuori, e spiegandosi per la campagna senza ordine e con gridi spaventevoli appiccarono la battaglia: nella quale trovandosi i cristiani in buona ordinanza schierati non solo sostennero l'urto dei saracini, ma facendo impeto sopra di loro, li ricacciarono così prestamente indietro, che appena gli dettero tempo di ripararsi sotto le mura della città, lasciandoli in quel luogo sbigottiti per la sconfitta e per l'uccisione grandissima onde erano stati percossi. Il re dei mori che era molto fiero e procacciante si argomentò con efficaci parole di rilevare gli animi abbattuti delle sue milizie, e al tempo stesso fece chiamata di nuova gente, e molta ne cavò da Utica e da più altre città del suo dominio, talchè rifornito di maggiore esercito, uscì per la seconda volta alla campagna a da diverse bande imprese a dar la battaglia agli alloggiamenti dei cristiani. Il conte aveva saputo già per la bocca dei prigionieri qual fosse la forza e l'intendimento del nimico; e per questo, oltre all'essersi ben fortificato nel campo, si tenne apparecchiato all'assalto sostenere: ed ora difendendosi dietro ai ripari, ora uscendo fuori con molta bravura, non solo a colpi di balestra ma a corpo a corpo combattendo con le spade, superò in cinque diversi abbattimenti gl'infedeli. Ed all'ultima giornata restarono i barbari per il valor dei nostri tanto pieni di confusione e maraviglia, che perduta ogni speranza se ne andarono disordinatamente in fuga; ed il re medesimo che voleva ritenerli corse pericolo di restare oppresso dai suoi e fatto prigione dai nostri. Per la qual cosa veggendo ogni di più crescere il suo pericolo mandò sollecitamente alcune galere a richiamar le genti sue che in Sicilia si consumavano, significando loro a quai termini fosse ridotto egli stesso ed il suo regno: i quali per molte ragioni dopo quell'avviso deliberarono tornarsene a casa, e difendere le famiglie ed il paese proprio che ne andava tutto in ruina, anzichè rimanere in paesi lontani; e dettero mano, massime quelli che erano soggetti al re di cartagine, a rimbarcarsi con manifesto alleviamento dei siciliani. Ma al tempo stesso il conte, vedendo che il suo pensiero fosse già mandato ad effetto, e che non poteva più dimorare in Africa se non con grandissimo pericolo, caricate le galere di ricche spoglie e prigioni, entrando per mezzo il mare dal lato di Sardegna senza impedire tra la Sicilia e l'Africa il ritorno dei mori,

46. FILIPPINI ANToN-PIETRo. Storia di Corsica. Tournon 159i. in 4. p. 51. 47. RAFFAELLo RoNcioN1. Storie Pisane ARCH. Ston. ITAL. T. VI. p. 1. p. i 2.

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se ne venne pieno di gloria in Italia. Fu questa impresa eseguita con mirabile ardimento e maestria da poca gente, e con grosso vantaggio: ed i mori ch'erano accostumati a spregiare tanto i cristiani, vedendoli comparire armati in quel modo a casa loro ne concepettero spavento e sdegno più che dir si possa grandissimo.

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IX. La parte efficace che il papa ed i suoi sudditi ebbero nella predetta spedizione non si può meglio stimare che pe 'I giudizio che ne fecero gli stessi inimici: i quali dopo essersi alquanto riavuti concupirono la vendetta, e fecero segno all'ira non già Pisa o Fiorenza, ma Civitavecchia e Roma: a tal fine allestirono una grossa armata navale e riempiutola di gente fiera e micidiale se ne vennero ai danni delle nostre città, disegnando prima di tutto espugnare Civitavecchia, impadronirsi del porto, assicurarsi col naviglio in quel luogo, e tenerlo poi come base di operazione, deposito di latrocini e mezzo di comunicazione tra l'Africa e l'Italia. Sarà sempre nefasto nell'istoria l'anno ottocento e ventinove, nel quale per opera dei saracini cominciarono a precipitare verso la estrema desolazione le italiche provincie lungo le rive del mar Tirreno. Prima d'ogni altra città oppressa da prepotente assalimento dolorò Civitavecchia; attorniata da forze soperchianti per mare e per terra, e senza speranza di soccorso sostenne lungamente l'assedio. Non piegò l'animo invitto alla bassezza di patteggiare con la gente misleale; resistette sino all'ultima prova. E se non valse il generoso sacrificio a preservare le mura di quella patria dalle mani degli infedeli, giovò certamente a rintuzzarne e comprimerne la prima foga irrompitrice, e dar tempo ai Romani che si apparecchiassero alla difesa. Intanto dentro a Civitavecchia, dopo l'angoscia delle orrende battaglie, per violenza d'assalti e di mine penetrarono i nemici, penetrò il fuoco e la strage; e coloro che non giacquero sotto al ferro dei mussulmani ebbero gran ventura a potersi trafugare su per le montagne dell'appennino marittimo e patir per molti anni la pena dell'esilio. o I Saracini poi divenuti padroni della città vi si stabilirono fermamente e di là più volte ai danni di Roma si mossero o. Venne per tanto il tempo, non bene determinato nella storia, che dal porto di Trajano i nemici spietati presero il cammino verso la capitale. Quanto v'era di gente disperata e infellonita nell'Africa convennero tutti insieme a Civitavecchia e di là marciarono avanti per novelle conquiste. Le schiere infedeli si allargarono sopra la strada romana tanto numerose che un antico cronista le paragonò sul campo alle spighe del grano agitate dal vento; ed un altro pose che ricolmassero la terra come nugoli di cavallette divoratrici. Questi disertarono tutte intorno le campagne, assediarono la città di Roma, profanarono la basilica di san Paolo sulla via ostiense, e quella anche di san Pietro in vaticano, ridussero gli altari dei martiri a man

48. ANAsTAsius BIBLIoTHEcARI vs. Vita Gregorii IV. - MURAT. S. R. I. T. IlL. Parte I. p. 215.

GREgoRII IV. VITA. MURAT. S. R. I. T. III. Parte II. pag. 289. «Soldanus mi sit infinitam gentem paganorum; et per portum Centumcellensem in Italiam intraverunt, et ipsi tanquam locustae totam patriam occuparunt . . . et deinde totam Thusciam eodem modo occupaverunt ». MARTINUs PoloNus. Chron. ap. EcchARDUM, Lipsiae 1723. T. I. p. 1607. « Sub Gregorio IV. papa qui sedit annos XX. tanta multitudo saracenorum per portum Centumcellensem intrans replevit terra e superficiem sicut locustae. Totam itaque Thusciam in solitudinem redegerunt, Romam obsederunt, ecclesiam sancti Petri stabulum equorum effecerunt, et christianorum sanguinem multum fu derunt ». S. ANToNIUs. Histor. Parte II. Tit. 16. Cap. I. S. 4. p. 567. Lugd. 1586 in-fol. « Tempore Gregorii quarti orta est tribulatio magna christianis . . . nam multitudo saracenorum per portum Centumcellense intrans replevit faciem terrae; obsessaque Roma, civitas Leonina capitur ». BloNDUs FLAvi Us. Histor. Decad. II. Lib. II. Basilea e 1531. p. 174. « Saraceni classe ingenti in Italiam trajecerunt, factaqua in Centumcellensi portu, quem postea Civitatem veterem appellant, excursione; et proximum Centumcellense oppidum per vim captum demoliti , Romanam duxerunt ». Idem Blondus. De Gestis Venetorum. « Saraceni primam omnium urbem Centumcellas urbi Roma e proximam spoliarunt omnino ». GIAMBULLARI PIER FRANCEsco. Storia dell'Europa, in-4, Venezia 1566. p. 22. « I saraceni fecero progresso in Italia, e nella maremma molte volte fecero gran danni. Con ciò sia che nell'anno ottocento ventotto disfecero Civitavecchia ». A queste testimonianze circa il tempo della distruzione di Civitavecchia nella fine del 828, o principio del 829 sotto il governo di Gregorio IV, che fu dall'827 all'844, aggiungo l' iscrizione antica nelle sale del comune di Civitavecchia che diceva così « GREGoRio IV. RoMANo, INVADENTIBUs ITALIAM sARACENIs, CENTUM cELLARUM CIvitAs FUNDITUs EvERsA. ANNo Dcccxxviii. FRANGIPANI citato p. 258. 49. BENEDICTUs A s. ANDREA. Chron. ap. PERTz. T. V. p. 713. « Propter hoc amplius rex Francorum non regnavit in Italia: regnaverunt Agareni in romano regno annis triginta: redacta est terra in solitudinem, et monasteria sancta sine laude ». Vedi anche appresso alle note n. 53, 103.

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giatoia di cavalli barbarici; e col ferro e col fuoco schianta-
rono, ruinarono, arsero e consunsero ville, palagi, monumenti
e delizie. La capitale, tuttochè combattuta gagliardemente, op-
pose ancor più gagliarda resistenza: i romani che durante l'as-
sedio di Civitavecchia si erano apparecchiati all'armi non ismen-
tirono l'antica rinomanza di valore; e rinforzati dalle agresti
turbe del contado, che nella città si erano ridotte, riuscirono
a tutelare quel che restava compreso nell'interno cerchio delle
muraglie. Ma al di fuori della città in tutta la sua Comarca,
nella Sabina, nel Lazio e nella Tuscia fu così grande lo spet-
tacolo delle ferite, delle lacrime, delle uccisioni, dello sper-
peramento ed eccidio degli uomini, delle città e d'ogni ci
vile consorzio, che lingua umana non può ridirne nè scrittura
esprimerne l'immensa grandezza. Gli elementi istessi, la terra
e l'aria, per così dire, ne fanno testimonianza e ne gemono
ancora dopo mille anni; imperocchè le rapine, il sangue e gli
incendi tirarono allora la maremma, ch'era prima ingemmata
da tante cospicue città , allo stato di consumazione che oggi
si vede. E questi luoghi non più curati dalla mano dell'uomo,
divenuti per molti anni deserti e stagnanti d' acque palustri, si
ridussero infermi e malsani oo. -
Dunque ella è favola dei grandi maestri in astronomia pro-
dotti da Giovanni Villani o, che asserivano fosse venuto l'in-
flusso della malaria in maremma per il moto dell'ottava spera
del cielo, che ogni cento anni muta un grado verso setten-
trione; quale causa se realmente influisse il malificio nell'aria
dovrebbe oramai trovarsi corrotta l'atmosfera nella maggior parte
della terra e non solamente nelle parti desolate di maremma.
Furono le migliaia delle spade saracinesche, e non l'ottava delle
celesti spere, che cagionarono il desolamento di tante splendide
città, tra le quali quattro o cinque soltanto riuscirono a rile-
varsi dalla estrema ruina. In questo numero avventuroso io

». 22. gran p), nella dalschia rco

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30. BENEDICTUs A s. ANDREA. Chron. ap. PERTz T. V. pag. 712. linea 39. ad 50. o Agareni ingressi a Centumcellensi portu impleverunt faciem terrae sicut locustae, velut segetes in campo ... Facta est Thusciae provincia desolata ... Maor omnium ecclesiarum in opprobrium ».

S. ANTONINUs. Chron. cit. p. 567. «Et non solum romana civitas sed et omnis Thuscia in solitudinem redigitur ».

ot. Giovanni VILLANI, Cronica Lib. I. Cap. L. Firenze Giunti 1587. in-4. p. 34.

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