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poter dei romani, che li lasciarono imbrigliati sotto al dominio degli imperatori bizantini sino ad Eraclio. Nondimeno quella nazione non restò mai totalmente soggiogata, ma anzi la servitù sua procedette accompagnata da un contrasto continuato e fiero contro ai padroni: spesso anche gli arabi combatterono in guerra civile ed imbrattarono le mani di fraterna strage provocata da quei principi, che dominavano nel paese piuttosto come capi delle tribù che come sovrani: e trapassando tra le alternate vicende di vantaggi e di perdite arrivarono al settimo secolo dell'era volgare, quando Maometto per mirabile efficacia d'artifizio e d'impostura giunse al segno di dare nuova vita a quella nazione, riunire le sparse membra delle tribù, dei principati, delle opinioni, sottrarre l'Arabia da ogni altro dominio, e soggettarla interamente al suo. Egli piantò nuovo governo politico e nuova credenza religiosa o.

Quest'uomo maraviglioso nacque l'anno 568 dell'era volgare da un principe arabo della tribù dei choresciti, e sortì dalla natura ingegno sottile, facile eloquenza, ed animo prode; cioè tutte quelle grazie che potevano procacciargli l'estimazione dei

suoi connazionali: coltivò le lettere, le armi, il traffico; ac

crebbe le sostanze per molta industria, e viaggiando nella Siria e nell'Egitto si procacciò la scienza degli uomini e dei costumi: fioriva allora in Oriente il cristianesimo, si erano anche già disseminate molte eresie di nestoriani, arriani, manichei e di altri siffatti settari, ciascuno aveva suoi teologi e suoi dottori: Maometto fece sermone con tutti; e da quel caos di contrarie sentenze tirò fuori il suo sistema religioso intorno al quale soleva meditare nelle lunghe e solitarie pellegrinazioni attraverso al deserto, ovunque i suoi negozi lo menavano. Conoscitore profondo del genio di sua nazione si ripromise un felice successo: gli arabi per la vivacità dell'animo, per il desiderio di novità, e per il calor del clima erano già disposti ad assorbire avidamente le illusioni del fanatismo, accompagnate dai piaceri della vita, e dalla gloria dell'armi. Quando ebbe meditati gli articoli del nuovo culto cominciò in casa la prova della celeste missione; converti la moglie, i famigliari, gli amici ; moltiplicò le malizie, e dalla istessa epilessia, onde era colpito, traendo profitto la spacciò per prova incontrastabile delle sovrumane ispirazioni. Intanto appresso alle nuove dottrine il numero dei ciurmati ingrossava, gli emuli si contrapponevano, feroci contenzioni nella plebe concitavano: talchè i magistrati della Mecca dovettero interporre l'autorità per sopir le discordie e troncare il corso al fanatismo: ne venne il contrasto; il profeta corse pericolo nella persona; prese la fuga e si ricoverò occultamente a Medina. Questo avvenne nell'anno comune 622 che è l'epoca grande dei maomettani, chiamata l'Egira, cioè la fuga di Maometto, dalla quale traggono il principio dei loro millesimi. Allora fu rivolto lo stato dell'Arabia. I magistrati restarono impotenti e dispregiati dal volgo, il fuggitivo guadagnò compassione e credito, la questione divenne strepitosa, i nuovi settari scossi al pericolo crebbero di risoluzione, le parti quinci e quindi dalle parole passarono all'armi, cominciò la guerra civile; e Maometto alla testa d'un esercito ricomparve vincitore alla Mecca. Il principe profeta assiso sul trono puhblicò i capitoli del Corano, come norma della credenza civile, politica, e religiosa dei mussulmani. In quel codice, distrutte le reliquie dell'idolatria, che ancora esisteva tra gli arabi, e rimescolate insieme a mal talento molte cose giudaiche e molte cristiane, impiantò il culto a Dio come principio, a Maometto come profeta, ed alle passioni come finale beatitudine dell'uomo. Specialmente poi voglionsi ricordare tre massime fondamentali tratte dal corpo del codice medesimo che riusciranno di grandissima utilità per intendere i costumi dei maomettani e le ragioni dei fatti loro. Primo adunque si stabilisce la dottrina del fatalismo in questi termini: che tutte le opere degli uomini e tutti i successi del mondo sono già talmente destinati nell'eternità che sarebbe stoltezza per qualunque mezzo volerne impedire gli effetti, o conseguirli altrimenti che il destino ha fissato: secondo, che la religione maomettana deve essere annunciata senza miracoli e senza ragionamenti, chiunque la riceve al primo lustro di sua chiarezza egli è salvo; e chi la rigetta deve essere esterminato: terzo, per ottenere la beatitudine bisogna combattere contro gl'infedeli, e così vincendo o morendo si guadagna la gloria o. Con queste dottrine il legislatore condusse alla guerra i suoi settari, che persuasi di non potersi opporre al destino neanche valutavano pericoli, e ciecamente lo seguivano per diffondere il lume della loro credenza. Allora si dette principio alla lotta ferocissima contro i greci, che ebbe poi il suo terminamento con la distruzione di quell'imperio e con l'occupazione della regia sede di Costantinopoli per i successori di Maometto. Egli tuttavia non potè lungamente godere del suo trionfo; avvelenato da una fanciulla morissi l'anno decimo dell'egira: ma l'opera da lui cominciata non cadde, anzi fu tirata avanti da Abu-Beckre e dagli altri califfi, cioè vicari del profeta, i quali travagliarono molto alla conversione del mondo col filo della spada. Nel primo secolo le loro conquiste non oltrepassarono i confini dell'Asia: ma fornitisi poi di naviglio e conseguita la potenza sovrana del mare quegli uomini fieri del deserto pe troso uscirono dal loro covile ed invasero l'Africa, le Spagne, le isole maggiori del Mediterraneo, e minacciarono di allacciare alle catene rimote della Mecca i più lontani confini del mondo, Carlo magno ebbe a combatterli al di là dei Pirenei, e ne riportò tra l'altre anche quella terribile sconfitta che fu nell'anno 778 alla battaglia di Roncisvalle, ove restò trucidato il famoso Orlando con Egarto, Anselmo e gli altri paladini o.

38. La vita di Maometto scritta da BoulANviLLIERs, PRIDEAUx, GAGNIER, C. TAxLo R, S. GREEN, ed altri.

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VIII. – La potenza di Carlo Magno, finchè egli visse, giovò a tenere in rispetto i saracini: ma dopo la sua morte accaduta nell'anno 814, si sfrenarono più liberamente a scorrere il mare; discesero molte volte nelle riviere della Corsica e della Sardegna; e finalmente l'anno 828 invasero la Sicilia ed allumarono le fiamme di quel terribile incendio onde restò poi l'Italia in gran parte bruciata. Ricercando la causa prossima che menò i saracini ad assaltare i siciliani si trova diversa sentenza secondo le diverse passioni degli scrittori: Cedreno o incolpa un nobile siciliano di nome Eufemio come se dopo aver rapita una monaca per isfuggire la punizione migrasse nell'Africa e commovesse gli infedeli ai danni della sua patria. Al contrario un cronista italiano e contemporaneo o rigetta la colpa sopra gli stessi greci dicendo che il governator di Sicilia mandato da Costantinopoli togliesse via la sposa intemerata al predetto Eufemio, per la quale ingiuria colui facesse poi il mal giuoco di quella vendetta. Il Fazzello riunisce insieme le due opinioni e procaccia dimostrare ch'Eufemio fosse greco, governatore, rapitor di monache, ribelle al principe e fautore dei saracini, chiamando tutta intiera sul suo capo la colpa del misfatto”. Come giunse in Roma la tristissima novella che i saracini dell'Africa avessero fatto lo sbarco in Sicilia, ed espugnata di primo impeto Catania con grandissima strage di cristiani in quella e nelle vicine città, minacciassero la mala sorte anche a Palermo ed a tutto il restante dell'isola sbigottita, il pontefice Gregorio quarto, fece armamento di sue genti per terra e per mare; ed al tempo stesso con lettere e con messaggi sollecitò la signoria di Venezia e quella di Pisa, affinchè si movessero al soccorso dei siciliani e della Italia pericolante. Egli tolse questa impresa a cuore grandemente, e non movendosi i veneziani per diversi rispetti, adoperò che nella Tuscia almeno si allestisse un'armata navale, che quanto piccola di numero altrettanto grande di valore percosse i mori dell'Africa, e produsse alcun sollievo alle afflitte cose di Sicilia. L'armata di cui favelliamo ebbe a governatore il conte Bonifazio, uomo di gran senno, fortunato nelle imprese di mare, molto esperto nella guerra, e reso già celebre per aver fondato sulla punta meridionale della Corsica quella città di luogo forte e di sicuro porto che sino al di presente porta il suo nome. Non tutti convengono sopra la patria di questo conte, nè sopra ai luoghi ove tenesse giurisdizione. I pisani lo vorrebbero per loro console e primo ascendente nell'albero della casa Gerardesca : alcuni lo scrivono tra i signori di Lucca; v'ha chi sostiene a suo nome il principato di tutta la Tuscia : ed altri gli attribuiscono a dominio l'isola di Corsica o. In tanta varietà di sentenze lasceremo che ciascuno secondo l'affetto suo prenda onore di lui, e per questa istessa ragione torremo ancor noi la parte che ci spetta da tale licenza per dirne ciò che sia certo e ciò che probabile allo scopo nostro. Primo adunque è certo che il conte Bonifazio non fu mai signore assoluto nè di Pisa, nè della Tuscia, nè di Corsica, nè di altri Stati, ove la dominazione degli imperadori e dei papi per quei tempi era evidente per infinite prove e per le notissime donazioni di Carlo e di Ludovico imperadori ai papi, che cominciavano da Luni con l'isola di Corsica e quel che segue di altre provincie sino al confin di Napoli presso Ceprano: per la qual cosa Lucca, Pisa, la Tuscia, e la Corsica non potevano essere di Bonifazio, ma soltanto di coloro che avevano potuto donarle e riceverle, cioè dell'imperadore o del papa. Similmente è certo ch'egli radunò navi e milizie non soltanto dalle parti della Pisana ma ancora dagli altri luoghi della Tuscia, ch'era di pontificio dominio, e menò seco gli altri conti della medesima, facendone espressa menzione Eginardo ed i cronisti antichi, seguiti poi dagli storici migliori del tempo più fresco o. Probabile poi stimo che Bonifazio fosse,

39. Il ConANo , SURA LXV. 3. SURA IV. 51. it. V. 76. it. X. 20. SURA III. 194. et CX. I. 30. MURAToni, Annali 778.

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o. CEDRENUs Geongius. Compendium historiarum, ad annum. 828. o. A NovvMUs SALERNITANUs. Paralipomenon Cap. XLv. – MURAT. S. R. I. T. II. Part II. pag. 208. , o FAzzello. Ultima deca della storia di Sicilia Lib. VI. Cap. 1. Palermo 1628. in-fol. p. 380. doANNes DrAcoNvs. Vitae Episcop. Neapol. – MURAT. S. R. 1. T. II, parte II. ANDREAs DANdolo. Chron. – MURAT. S. R. I. T. XII. MvaAroR1. Ann. 828. per totum.

44. RoNcioNI RAFFAELLo. Storie Pisane. ARCH. ST. IT, Firenze etc. in-8. T. VI. parte I. p. 42. FioRENTINI FRANCEsco M. Memorie di Matilde la gran Contessa. Lucca 1642. in 4. L. III. p. 12. a 16. DELLA RENA Cosimo. Dei duchi e conti di Toscana. In-fol. Firenze 1690, p. 93, FILIPPINI ANToN PIETRo. Storia di Corsica in-4. Tournon 1594. GIAMBULLARI PIER FRANCEsco. Storia d'Europa in 4. Venezia 1566. p. I. MURAToRI. Annali 828. 45. EGHINARDUs. Annales Francorum ap. Duches ME Coll. ScR. VET. in-fol, Parisiis 1636, T. II. p. 272. ANNALes BERTINIANI ann. 882. - MURAT. S. R. I. Tom II. Parte I. p. 519. ANoNYMus. In vita Ludovici Pii apud Duchesne ut sup. p. 306. SigoNIUs CARoLUs. De regno Italiae, ann. 828. Lib. IV. BloNDUs FLAvius. Histor. Decad. II. Lib. II. in-fol. Basila a 1531 p. 174. TARcAGNoTA. Storie del mondo, in 4. Giunti. Firenze 1598. Parte II. L. I. pag. 368.

MURAToni. Annali 828. – Vedi appresso note n. 138, 139.

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