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pata: e per mettere a luce di verità i fatti della storia, anzichè
per talento di contradirgli, ragionerò brevemente così.
La malizia e turpitudine di quel traffico era manifesta; quindi
non è da maravigliare che niuno volesse averne diffalta: per
ciò i greci, i longobardi, il papa, i romani, e gli stessi mancipi
ciascuno in sua propria difensione gittava la colpa in faccia al-
trui. A chi dunque si dovrà prestar fede? Non ai greci nemici
del papa cacciati da Roma e messi al bando dalla Chiesa, che
avevano troppi interessi a fare il male e dire il falso: non ai
longobardi contro dei quali avevano guerreggiato Pipino e Carlo
per comprimerne le ostilità che essi non soltanto in parole ma
in fatti contro Roma esercitavano: non agli schiavi, che per
la loro condizione si stimavano offesi da tutto il mondo, e for-
s'anche speravano ottener maggior mercede quanto più rap-
presentassero alta e disumana la causa della loro sventura: ma
si dovrà ben credere ai fatti ed alla ragione dei medesimi. Il
traffico si praticava sopra le navi dei greci; dunque la colpa
a loro carico è certa: essi aveano alleanza coi longobardi e ne
frequentavano le marine; dunque con quelli amici loro tratta-
vano e negoziavano la derrata quistionevole. All'incontro i greci
aveano interrotta ogni corrispondenza con Roma; dunque non
poteano nè coi romani nè col pontefice concorrere insieme al
mercato. Anzi dai fatti medesimi emerge evidentemente l'op-
posizione che il Pontefice ed i romani facevano ai corsari, con-
citando contro a loro prima il duca Allone e poscia i civita-
vecchiesi, affinchè con un colpo risoluto li disperdessero. I quali
fatti riuscirono così chiari ed evidenti a smentir le parole di
accusa che l'istesso Carlo, quantunque prevenuto sinistramente,
tuttavia riconobbe la verità e non dismise l'onorevole concetto
nè la stima verso papa Adriano; anzi per tutta la vita di esso
pontefice, e dappoichè fu morto continuò a professargli pub-
blicamente la sua venerazione, fece onore alla sua memoria,
e scrisse di lui, per una lettera che ancor ci rimane, parole
piene delle più magnifiche e affettuose lodi che si potessero de-

La medesima recata in italiano dal cavalier Luigi Rossi, in 8. Milano 1823. Parte II, Cap. III. p. 227.

gne d'un pontefice profferire o. Tutto questo si ribadisce per un altro documento infino ad ora conservato, che è la risposta di papa Adriano al re Carlo della quale ne volgarizzo un brano risguardante il presente subbietto, affinchè sia chiarita la storia dei fatti, ed il pontefice medesimo parli le sue difese e quelle dei romani o, così: «Quanto al traffico degli schiavi molto ne duole che venga attribuito ai nostri romani, quasi che essi stessi li avessero venduti alla gente malnata dei saracini. Dio non voglia che siffatta iniquità avvenga per volontà nostra o per colpa loro, siccome non avvenne giammai. I greci sono che nelle spiaggie dei longobardi costumano pratticare ed avendo tra loro fatta alleanza ad uso dei trafficanti comprano e vendono insieme all'altre cose anche gli schiavi. Noi pertanto volendo impedire il male ci siamo rivolti al duca Allone perchè facesse armare alquanti bastimenti, dasse sopra ai greci predetti, occupasse le navi loro, e le facesse abbruciare: ma colui non volle piegarsi al nostro comando. Non avendo noi di nostra proprietà navigli o nocchieri che potessero uscire a battaglia ed attrapparli siamo stati troppo piccoli per troncar risolutamente il corso alle ribalderie di costoro; nondimeno, chiamando l'altissimo Iddio in testimonianza delle nostre parole e del nostro cordoglio, dichiariamo aver procurato a tutto nostro potere di impedire il flagizio: anzi presso al nostro porto di Civitavecchia abbiamo fatto catturare le navi dei greci, e gli uomini loro ritenere per qualche tempo nelle carceri, ed i bastimenti consumar nelle fiamme ». Sopra le quali cose tutte insieme riunite si fa un fondamento certo a sostener la verità, che il pontefice ed i romani non solamente furono immuni dalla colpa apposta loro; ma anzi per mezzo dei marinari civitavecchiesi applicarono un tal rimedio a frenar l'altrui nequizia, che li potesse salvare al tempo stesso dagli antichi danni e dalle accuse recenti. 33. CARoLI MAGNI. Epistola ad Offam regem ext. ap. GUILLELMUM MALMEsBURIENsEM, Hist. angl. Lib. II. Cap. XII. Item ap. MANsi Collect. concil. T. XI. p. 737. Item ap. PERtz cit. T. V. p. 707. lin. 52. ex EGHINARDo et BENEDICTo. o. HADRIANI PAPE Epistola LXV. Domino excellentissimo fisio Carolo regi francorum et longobardorum, atque patricio romanorum ext. ap. CENNI, Codex Carolinus cit. T. I. pag. 368.

Item ap. DucHEsNE. Hist. Franc. Script. T. III. p. 783.
Item ap. MURAToR1 S. R. I. T. III. P. II, p. 220.

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VI. – Questo istesso avvenimento fece conoscere a papa Adriano ed ai successori suoi il pericolo che essi correvano nelle sostanze e nella riputazione propria e dei sudditi qualora non si provvedesse alle marine dello Stato con più valida difesa; per ciò si vede succedere papa Leone terzo il quale manifestamente portò innanzi il trattato degli armamenti marittimi, e ne scrisse per esplicito e chiaro sermone a Carlo magno, dimostrando come egli grandemente avesse a cuore di mettere in assetto le marine, e fornirsi di tali presidi che tenessero sicure le spiaggie del dominio imperiale e pontificio dalle infestazioni e molestie degli inimici. Molto più che allora appunto veniva crescendo la baldanza dei saracini i quali minacciavano maggior desolazione, che non fosse mai stata avanti compiuta dai greci. Per la qual cosa sapendo il pontefice che tra non molto tempo doveva venire in Roma Pipino il re d'Italia e figlio dell'imperadore, scrive una lettera e fa voti perchè sia celere la sua venuta, mostrando il vivo suo desiderio di trattar seco a voce intorno al rilevante argomento della difesa delle marine o. Quali poi fossero gli armamenti, le navi, gli equipaggi e l'operazioni loro non dice l'istoria nè vorrò io farmi ardito di impiantarli a mio talento: nondimeno ho dati sufficienti per asserire che l'imperadore ed il pontefice reciprocamente convenissero a tener nelle spiaggie appartenenti ad ambedue un presidio comune non solo in terra, ma anche in mare, e si apprestassero dalle città pontificie ed imperiali armi, navi, soldati da tenerle guarentite contro gli assalimenti de pagani.

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VII. – Quindi è che dalle desolazioni, che per quei tempi in varie parti d'Italia succedevano, restarono immuni le nostre provincie: così nell'anno 812 l'armata navale dei mori dopo aver percorso ostilmente i lidi d'Italia non attentò mai di molestar le regioni imperiali e pontificie, ma sfogò la rabbia impotente sopra le isole del Regno. Alcuni bastimenti saracineschi disertarono la Lampedosa, isoletta posta in mezzo al mare tra la Sicilia e l'Africa, che restò poi per molti secoli disabitata: e scorrendo appresso più vicini a Napoli dipopolarono Ischia e Ponza. Ma quanto allo Stato pontificio si rileva chiaramente da un'altra lettera di papa Leone terzo all'imperadore o che restò talmente difeso da togliere ai nemici il prurito di fargli insulto: imperciocchè dopo aver narrato nella epistola medesima le calamità del regno napolitano soggiugne: «Nei nostri confini poi tutto è restato illeso e salvo per la grazia di Dio e per gli ordinamenti predisposti dalla vostra prudenza: » e dopo aver modestamente tacciuti i suoi e rammentati i meriti di Carlo non tralascia di aggiugnere queste altre parole: « Noi abbiamo sempre tenuto bene all'ordine la difesa dei nostri mari e delle nostre spiaggie, e facciamo continuamente buona guardia». Qui si pare il comune accordo, e le operazioni militari delle due potenze, e il darsi reciprocamente gli avvisi, ed il cospirare insieme all'istesso segno: come già se n'è veduto il primo indizio nel fatto del duca Allone, e nell'altro dei civitavecchiesi, ed in questo presente, e ne appariranno degli altri appresso col conte Bonifazio di cui faremo tra poco onorata menzione. E fosse pur piacciuto a Dio che questi disegni fossero stati asseguiti, mantenuti, e portati anche a termine più prestante di gagliarda potenza affinchè sin d'allora avessero potuto prevalere e fiaccare sin dal principio l'orgoglioso procedimento alle antenne saracinesche, che in tal modo non sarebbe avvenuto quello sterminio di genti e città, nè quel vituperio di sacre e profane cose onde furono bruttate tutte quasi le marittime contrade d'Italia, senza eccettuar l'istessa Roma nè le sue basiliche, dentro alle quali si fece la greppia ove nitrirono satolli i giumenti d'Arabia. Ma poichè le ruine per giudizio di Dio dovevano succedere la nostra storia ne seguirà le vicende e mostrerà i ripari specialmente navali onde l'ira dei nemici fu compressa, menomata, e finalmente doma. Prima nondimeno dirò alquante parole degli avversari nostri affinchè il discorso proceda chiaramente, e si manifestino i costumi di coloro che a grado a grado compariscono sul teatro di queste marine.

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35. LEoNis PAP E III. Epistola ad Carolum imperatorem. Ut littoraria nostra el vestra ab infestatione paganorum et inimicorum nostrorum tuta reddantur atque defensa nos studium ponimus etc. ext. ap. MANs cit. T. XIII. p. 971. et ap. CENNI cit. t. II. p. 57. – vedi le note 36. 95. 96. 99. 103.

o6. S. LeoNis PAP E III. epistola ad Carotum Augustum « Scimus igitur etc. ext. ap. CENNI cit. T. II. p. 72.

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I saracini che dall'uscita dell'ottavo secolo infino all'entrante del decimo tanto sforzatamente malmeggiarono l'Italia non si debbono in alcun modo confondere coi turchi, perchè sebbene gli uni e gli altri facessero professione della fede maomettana tuttavia formarono sempre come formano ancora og. gidi due popoli per origine e per costumi assai tra loro diversi. Dei turchi rozzi e barbarici venuti dal settentrione parlerò quando comparirono la prima volta in Europa al principio del secolo decimoquarto: ora dico dei saracini, gente meridionale, nafia dell'Arabia che ebbe assai prima degli altri maomettani potenza di imperio, coltura di scienze, e grandezza di conquiste. Vogliono alcuni che gli arabi discendano da Ismaello, figliuolo di Agar, che fu ancella di Sara e che da tale origine discenda il nome di ismaeliti, agareni, cedareni, e saracini onde frequentemente vengono nella storia sacra e nella profana nominati. Essi ebbero il vanto di animo cavalleresco e guerriero, coltivarono la filosofia la medicina e la letteratura: e rispetto alle arti sveltissima per le forme ardite e bizzarre si ammira anche oggidì l'architettura saracinesca nei monumenti tuttora visibili in Sicilia e nelle Spagne. Prodi nella guerra empierono del nome loro l'Europa, il mare Mediterraneo diventò loro esclusiva proprietà; conquistarono la Persia, la Siria, l'Egitto; si resero l'Africa tributaria, e seguendo le vie conquistatrici dei vandali si posarono stabilmente nelle Spagne, entrarono più volte in Francia, e tennero piè fermo nella Sicilia, nella Corsica, nella Sardegna, ed in più luoghi d'Italia”. La storia ci rappresenta gli arabi negli antichi tempi governati dai principi di loro nazione, poi sottomessi agli etiopi, appresso invasi dai macedoni, e finalmente caduti nella universale suggezione del mondo in

87. SIMONE AssEMANI. Saggio sull'origine, culto, letteratura e costumi degli arabi avanti Maometto. Padova 1787. MARIGNY. Histoire des Arabes sous le gouvernement des Califfes, in 8. Paris 1750. EL-MACINE, ou LE MACINE. Histoire maomettane, ou les quarante-neuf Chalifespar Pietre Vattier. In-4. Paris 1657. ABUL-PHARAGIUs, Malatiensis medicus. Historia Dynastiarum. Oxoniae 1663. Item. Specimen historiae arabum, et de origine et moribus. In-i. Oxoniae 1650. PocockE RicaARD. Description of the East and some others countries, London. ln-fol. 1743-45. De La Roche. voyage de l'Arabie heureuse. Amsterdam 1716.

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