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in quelle parti o. Arrivarono le galere del Papa avanti che terminasse l'anno da che egli medesimo quindi si era partito, e diedero infinita consolazione ai cristiani d'Oriente; i quali, ve dendo che il Pontefice con tanta prontezza aveva mandato quelle genti quando appena dir si poteva che sulla cattedra si fosse seduto, entrarono in grande speranza che con maggiore comodità e quiete tale provvisione farebbe da ottenere che la religione in Asia grandemente prosperasse. Egli realmente dava mano a cose grandi; la pace dei principi, la concordia delle fazioni, la riunione della Chiesa greca alla latina, il concilio generale a Lione tenevano occupata l'anima di questo vigilantissimo pastore nei primi quattro anni del suo governo; dopo i quali nel più bel fiore di tante speranze, quando dal concilio di Lione tornava in Italia, giunto ad Arezzo infermossi e morì, ai dieci gennaio 1276 : e la sua morte fu da tutti dolorosamente sentita non solo per la mancanza d'un Pontefice di tanta pietà e virtù, che meritò poscia gli onori de gli altari, ma anche perchè con la sua vita si ruppe la speranza dei soccorsi in Terrasanta, e poi quelle inimicizie di principi, di fazioni e di città, che non prorompevano perchè il solo nome di questo Pontefice le comprimeva, vennero fuori e divamparono in guerre fratricide e lacrimevoli,

1276. –

XXVI. – Allora fu che Venezia ed Ancona ripigliarono l'ostilità, e dappoi tra loro combatterono tre anni non solo per la gelosia del commercio, ma più anche per la grande questione della libertà del mare, nella quale siccome entrano diversi rispetti di diritto e di fatto, così volendo in ogni sua parte dichiararla, mi metterò in discorso coi principi, e prender la cosa dalla sua origine. Quando i barbari del quinto secolo invasero l'Italia, e specialmente Attila dopo tre anni d'assedio ebbe distrutta Aquileia, gli abitatori di quella e delle vicine contrade per sottrarsi alla malvagità del crudeli invasori andarono a ripararsi nel fondo del mare Adriatico, ove erano lagune ed isolette ie La povertà dei luoghi e dei profughi non solleticò l'appetito delle orde rapaci; talchè chetamente tra l'acque del mare sursero le prime capanne donde poi vennero i mirabili edifici di Venezia. Gli abitatori elessero un governo repubblicano; la necessità li costrinse al mestiero del mare, il commercio fruttò ricchezze, e la repubblica bambina, chiamando a se gente da ogni parte per la sicurezza del luogo, l'opportunità del traffico, la giustizia delle leggi e le comodità della vita, crebbe prestamente a tanta altezza che divenne la prima tra le città marittime d'Italia. Chiunque voglia conoscere gli effetti della potenza navale consideri i fatti ed i progressi dei veneziani finchè furono navigatori. Allora poi nei primi tempi si aggiunse a loro vantaggio, che le città levantine dell'Adriatico, participando della miseria e debolezza del governo greco, non avevano nerbo da sostenere la rivalità di Venezia; le città d'Italia sull'istesso mare agitate da tante vicende di guerre e di barbari e dalle ruinose discordie imperiali, languivano di consunzione: inoltre talune maggiormente cospicue avevano perduto per interrimenti i loro porti, comechè Ravenna, Rimini, Siponto, Brindisi ed Otranto erano quasi morte alla vita marinaresca; perciò non restava che Ancona capace di risentimento. I veneziani che per la causa della precedenza e del comando marittimo avevano più volte accattato briga con genovesi e catalani, quantunque distaccati da loro per così lunga distanza, non potevano lasciare d'imbrigarsi con Ancona, che doveva parer loro tanto più pericolosa, quanto era più propinqua: e questa città provocata usava arte e destrezza per conservare i suoi diritti e non andare ingojata tra le fauci ingorde della sua rivale. Già si è veduto all'anno 1174 qual fosse l'animo dei veneziani, collegati con Barbarossa e coll'antipapa, contro Ancona: e siccome la repubblica si accostava ai mimici della città, così questa ai contrari di quella, quindi prima si fece proteggere dagl'imperadori di Costantinopoli, poi del 1183 si collegò co pisani; e poscia avendo i veneti per osteggiare i genovesi accattata l'alleanza degli stessi pisani, fecero per primo patto nel 1253 che Pisa dall'amicizia d'Ancona si ritraesse o ; donde nel 1270 venne il caso che determinò le ragioni prossime ed immediate della seconda rottura. Erano i veneziani nel detto anno 1270 in guerra guerreggiata con i genovesi, e non potendo per quel travaglio navigar liberamente nella Puglia e nella Sicilia a fin di procacciar vittovaglia e specialmente frumento di cui era quell'anno gran penuria, mandarono fidate persone a farne incetta nei luoghi vicini di Padova, Trivigi, Ferrara ed in più altre città di Romagna, le quali ricusarono mandar provvigioni a Venezia, perchè ne avevano necessità per loro stesse. Il senato allora tirò una linea imaginaria sul mare dal capo di Ravenna al golfo di Fiume, e sopra quella fece legge che niuno di qualunque stato o nazione potesse oltrepassarla navigando senza pagare nuovi e grossi tributi all'erario loro, mandò fuori navi e galere a guardare tutto quel tratto e storcere il pagamento, di più fece sorveglianza sopra i porti dell'Adriatico acciocchè niuno conducesse vittovaglia se non a Venezia, e impedì che il sale passasse in Terraferma o. Questo primo fatto svela le intenzioni dei veneziani rispetto alla navigazione del golfo: essi per la legge si dichiararono padroni del mare, accennarono di spingere le pretensioni (come poi successe) sino alla bocca dell'Adriatico; e poichè ebbero fatto la innovazione del diritto pubblico, bisognò sostenerla con le armi e comprovarla con quelle ragioni che verrò raccontando a modo di storia, secondo il lume del ragionamento naturale, senza i bisticci di quella artificiosa e cavillatrice formalità che giustificar potrebbe ogni misfatto. Quando uscì fuori il decreto della gabella sul mare tutte le città che in qualche modo trafficavano nell'Adriatico se ne risentirono grandemente, specialmente poi le città vicine alla spiaggia ed ai fiumi navigabili, e tra esse Ferrara, Treviso, Padova, Bologna, Ravenna ed Ancona fecero lamentanze, perchè vedevano che niuno più poteva mettere in mare una qualunque barcaccia, e che neanche potevano più trafficar tra loro senza pagar tributo ai veneziani, dai quali per altra parte nullamente dipendevano. Quindi si udiva ripetere che la fosse cosa contro il diritto di natura, che i mari sono liberi ed aperti a tutti siccome niuno vi fatica o spende per formarli e mantenerli: che siffatto aggravio dei naviganti fosse per tutta l'antichità inaudito e non mai più tentato da alcuna nazione: e finalmente che i veneziani non potevano aver sul mare diritto maggiore dei ravennati, degli anconitani e di tanti altri che avevano posseduto il gius di navigare, ed usatolo molti secoli avanti che Venezia nascesse. Per la qual cosa i predetti comuni dichiararono la legge iniqua, usurpatrice, lesiva degli altrui diritti, e basata solamente sulla forza di chi la voleva a privato suo commodo, e a pubblico nocumento storcere. I veneziani dal canto loro non ricorrevano al diritto di natura che non li favoriva, ma ad un supposto privilegio pontificio, che dicevano essere stato cento anni prima conferito da Alessandro Ill alla loro repubblica, allorchè disse, dovere il mare esser sottoposto all'imperio suo, come la sposa a quello del marito o ; le quali parole, che non potevano avere nella mente di chi le profferse ed udì altra significazione fuorchè di lodevole urbanità o, furono interpretate come induttive di dominio, ed anche come rinuncia alla sovranità che il Pontefice aveva sopra i mari dello Stato suo, e poi tanto stirate da arrivare con quelle in giurisdizione per tutto il giro dell'Adriatico. Anzi perchè tutti osservassero il privilegio rincalzarono a grandissima solennità la festa annuale del disposamento del mare con certe cerimonie assai ritraenti dalle antiche usanze dei romani e dei greci che gettavano nelle acque i profumi, ed eminenti su la prora con la patera in mano rovesciavano nei flutti le interiora

teo. CAMpi. storia di Piacenza, cit. p. 2i 1. Bosio. Storia de Cav. cit. p. 734. 739, 716.

130, PERuzzi. Cit. Tom. I. p. 335, e 378, Tom. II, p 5, e 6. SARAcini. Cit. anni predetti.

131. MURAToRI. Ann. 1270. in fine.

M. ANToNI SABELLICI. Hist. Venet. Decad. in-4. Venezia 1718. p.231. e seg.

PAoLo MoRosnN1. Storia Veneta. In-4. Venezia 1637. Lib. VIII. p. 191.

PIETRo DARu'. Storia di Venezia, volgarizzata in-12, Capolago 1832, Tom. II. pag. 67.

PERuzzi. Stor. d'Ancona cit. T. II. p. 14.

132. SABELLIco. Cit. T. I. p. 160.

133. Cav. EMMANUELE CIco GNA. Delle iscrizioni veneziane. T. IV. p. 576. in-4. Venezia 1834. – Gli stessi veneziani ai nostri giorni dubitano del privilegio di Alessandro III, e riconoscono che lo sposalizio del mare venisse in altri tempi e per altra cagione introdotto. Il patrizio veneto ANGELO ZoN, citato dal chiar cavalier CicognA, dice così: « Circa poi allo sposalizio del mare si può ormai francamente ritenere, dietro i documenti pubblicati dal CoRNARo, che al tempo di Papa Alessandro fosse già in uso siffatta cerimonia, della quale non si pena a indovinar l'origine nelle antecedenti gloriose imprese della repubblica ».

delle vittime, ed i vini liquescenti o. Il doge di Venezia nel dì dell'Ascensione sopra una nave di lusso, detta il bucintoro, contornato da infinite gondole con la signoria, il senato e la plebe, tutti in giolito e magnificamente adorni, il doge io dico, al lido di Venezia gettava in mare un anello d'oro in segno del matrimonio coll'acqua, e recitava formole pel verbo di presente suo imperio. Nei primi anni gli anconitani ghignavano alle nozze, e motteggiavano del vecchio doge e della vecchia mogliera. Ma in Venezia la cosa era quasi che sacra, e quando cominciarono dopo quattro secoli gli ambasciadori degli altri principi ed il nunzio del Papa ad intervenire con le persone loro alla bella festa, tacitamente almeno riconobbero quel diritto, che tanto crebbe e gettò radice, che gli stessi re di Spagna possessori di Napoli e di Sicilia non si ardirono impugnarlo se non con qualche paroletta. Maggiore opposizione trovarono i veneziani nella corte di Roma che sempre negò il privilegio come non autentico, ed impugnò, quandanche fosse, le lontane conseguenze che da quello dedurre si presumevano. Perciò Giulio II e Paolo V, venuti intorno a questo argomento, quantunque lo trovassero già tanto stabilito dall'antica prescrizione, e rispettato dal re di Spagna, nondimeno lo ridussero ad equità di termini, e senza gravame o. Una folla di scrittori e giurisperiti nel secolo decimosettimo entrò a discutere legalmente le ragioni del preteso dominio sul mare Adriatico; alcuni come Giacomo Cohellio, Luca della Penna, e Francesco da Ponte difesero i diritti delle città pontificie e del regno: ma un numero assai maggiore di autori devoti al senato pubblicarono consulti e decisioni in suo favore, tra i quali primeggiano Angelo Mattiaccio, fra Paolo Sarpi, e Cirillo Michieli. Bisogna ancora avvertire che dalla pretensione dei veneti ne venne un certo qual beneficio comune a tutti, perchè come essi si dichiararono padroni dell'Adriatico,

134. ATHENAEUs. Lib. XI.
VIRGILIUs. AEneid. Lib. V. v. 774.
Stans procul in prora, pateram tenet, extaque salsos
Porricit in fluctus, et vina liquentia fundit.

135. Concordata inter Julium secundum P. M. et Rempublicam venetorum, quibus naves et subditi pontificii per Adriaticum et alia maria navigare et mercimonium e cercere posse statuitur. Suò die 31 Julii 1508. - MSS. BongiANI. – ARCII. MUNIC. D'AnconA.

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