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La città predetta nel tempo di Trajano per la grazia del principe, per la dolcezze del clima e per la opportunità del traffico salì prestamente a così grande prosperità che nel secondo secolo e nel terzo dell'era volgare veniva annoverata tra le più grandi e ricche città dell'Etruria; talchè il dotto geografo Filippo Cluverio, volendo dimostrare che Fiorenza fosse già per quei tempi grande città, si appiglia alla testimonianza di Procopio che la pareggia a Civitavecchia di cui la grandezza era certa o. Gl'imperadori Trajano, Adriano e Comodo vi si riducevano frequentemente per loro diporto: quivi tenevano il tribunale, il teatro, la villa, le terme e quel palagio amenissimo ricinto attorno da verdeggianti campagne cui Plinio descrisse con tanta eloquenza. Quando Adriano ebbe divisa l'Italia in quattro grandi provincie ponendo al governo di ciascuna un prefetto consolareo, l'uno di essi cioè il supremo giudice dell'Etruria teneva la sua residenza in Civitavecchia, come si fa manifesto per gli atti dei martirio. Durante il periodo delle guerre combattute dai goti in Italia si acquistò una segnalata riputazione di militar bravura per la eroica difesa onde Totila restò costretto con danno e vergogna a partirsi dalle sue mura dopo tre anni di assedio; e Procopio, che seguiva in quel tempo l'esercito di Giustiniano imperadore e ne scriveva l'istoria, spesso ne fece menzione onorata chiamandola città marittima e nobilissima, ampla popolata e forte, che tenendosi dalla parte dell'imperio contro i barbari riuscì di grande aiutamento alle imprese di Giustiniano ed alla liberazione di Roma e d'Italia o. Risplendeva questa città non solo per la ricchezza del traffico per la moltitudine delle sue navi e per la civile possanza, ma anche per gli onori del sacerdozio. Sin dai primi secoli della Chiesa ebbe la catedra episcopale "; i romani pontefici san Cornelio e san Lucio la nobilitarono per la loro residenza o, ed un numero grande di martiri e santi ne resero preziosa la memoria nei fasti del

ispes

18. PHILIPPUs CLUvERIUs. Italia antiqua. In-fol. Lugduni Batav. 1624. Tom. I. pag. 508. o SpARTHIANUs. In Hadrianum Cap. Xxi. « Quatuor consulares per omnem Italian judices constituit ». o. AcTA. Sanctorum martyrum Secundiani, Veriani et Marcelliani apud BolLANDUM die 9. Augusti. BARoNiUs. In notis ad martyrologium, die dicta. SANCTUs PETRUs DAMIANI. Cathalog. Sanctor. Lib. VII. Cap. XLI. Scarus, MoNBRIT, FERRARI, aliique. o Paocopius. De Bello Gothico. Lib. II. Capit, vii. Lib. III. Capit. xxxvi. xxxvii, xxxix, Lib. IV. Cap. Xxxiv. MURAT, S. R. I. Tom. I.

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IV. – Nell'anno 728 quando Leone l'Isaurico imperatore d'Oriente ebbe promulgato quel suo notissimo decreto contro il culto alle sacre imagini, allora Civitavecchia resistendo all'eresia scosse il giogo dei greci e per dedizione spontanea con tutto il resto del ducato romano si sottomise al dominio pontificio, e fu poscia esplicitamente nominata nei diplomi di donazione che gl'imperadori d'occidente confermarono in favor dei Papi.

– 740. –

I quali sin dal principio usarono per via di fatto la loro giurisdizione. Imperciocchè non appena finito il primo decennio dal cominciamento del governo papale Gregorio terzo nell'anno settecenquaranta si rivolse ai civitavecchiesi e fu loro assai largo di conforti e di sussidi affinchè riparassero le muraglie e le torri che la patria il porto e le navi loro difendessero o. Simile provvidenza l'istesso pontefice dimostrava in Roma ordinando lavori

17. UGHELLUs. Ital. Sac. T. X. p. 55. in-fol. Venet. 1722. APHosERII OsMINII. De antiqua Centumcellarum dignitate et episcopalibus infulis. In-4. Romae 1751. ap. Barbiellini, di cui il TouRAcA citato a p. 29. ANNovAzzi. Storia di Civitavecchia. Cit. p. 141. Giuseppe CAPpelletti. Storia delle Chiese d'Italia. In-8. Venezia 1847. T. I. p. 531. e seguenti. 18. GIUsEPPE AgostiNo ORsI cardinale di S. R. C. Storia ecclesiastica anno 252. Lib. VII. Cap. cccLxvi. e seguenti. Liber Pontificalis seu de gestis romanor. Pontif. editus a VIGNoLI. In -4. Roma 1724. Tom. I. p. 47. 49. EUsEBII. Chron, edit. ab cardinali ANGEL o MAIo Script. vet, nova Collect. T. VIII. Lib. II. p. 393. S. CvPRIANI. Opera ed. Baluzius, in-fol. Parisiis 1726. pag. 97. et 117. Epistola LVIII. ANASTAsiUs BIBLIoTHECARI Us. De vitis pontif. Rom. ed. Blanchini Romae in-fol. 1718. Tom. I. p. 22. 19. ANNovAzzI cit. p. 126, e seguenti. 20. ANAsTAsius BIBLIoTHECARIus. In vita Gregorii III. S. R. I. T. III. Parte. I. p. 160. col. 2. B. C. BARoNIUs CEsaR. Ann. Eccles, an. 741, n. 12.

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di fortificazione militare intorno alla capitale; facendosi da ciò manifesto non solo le cure del principe novello, ma anche i danni patiti dai barbari, che non avevano risparmiato travaglio a fine di togliere ogni residuo di possanza ai soggiogati romani, che dopo averli vinti nelle battaglie, spogliati dell'armi e rasate le difese disegnavano tenere, come sicura preda ed inerme alla posta di tutti i loro appetiti. Ma siccome l'amore è vigoroso quanto la morte, così per le storie si conferma che le reliquie delle genti latine quantunque oppresse da mortali calamità e ne mici d'ogni maniera tuttavia animate dalla carità di patria non potevano divellersi dal loco natio; anzi sebbene più volte discacciate, vi ritornavano, e sempre stavano sui disegni e sui ripari per mantenersi ad ogni patto in quei luoghi ove le prime aure di vita avevano respirate. I pontefici spalleggiarono le pietose opere dei loro soggetti, e le primiere sollecitudini scompartite tra Roma e Civitavecchia contengono un certo concetto che nel procedimento dell'istoria verrà meglio svolto ed incarnato, cioè a dire che l'una città riguarda l'altra come suo natural sostegno ed antimuro: così pure nel loro simultaneo rafforzamento si fa palese che nella metà dell'ottavo secolo duravano ambedue ancora popolose e gagliarde, risultando dal fatto medesimo delle fortificazioni che sarebbe stato impossibile ed inutile la fatica e lo spendio di tirar suso torri e fortezze se non vi fossero stati operai a dar mano al lavoro, nè genti e capitani che potessero dietro a quelle opere ripararsi e difendere

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La quale induzione vien confermata da uno antico cronista che scrisse presso al mille e fu pubblicato la prima volta in Germania dal Pertz, il cui dettato sebbene orribilmente puta della corruzione barbarica nella quale fermentava la imbastardita favella dei latini, tuttavia volsi preziosamente raccogliere nel difetto di migliori lezioni risguardanti la storia di quei tempi e lo speciale subbietto della marina o. Costui per tanto racconta che nell'anno 749, re Astolfo de Longobardi si mosse da Milano per fare l'impresa di Roma, che venne oltre al Tevere tra le spade le rapine ed il fuoco e fece il campo presso a Tivoli: nondimeno prima di stringere l'assedio della capitale mandò innanzi duca Grimoaldo a Civitavecchia affinchè intercettasse ai romani la strada dei soccorsi che potessero recepere dalle parti del mare; e la stessa cosa fece poco dopo a Terracina: mostrando per l'opere sue che le predette città marittime avessero efficacia per entro alle fila strategiche dalle operazioni longobardiche a fine di assicurarne la riuscita.

21. BENEpictus A SANcTo ANDREA Chronicon. ext. ap. GeoRGIUM HENRICUM PERTz monumenta Germania historica. Tom. III. Script. et V. Collectionis pag. 703. li – nea 29. in fol. Hannovera 1839.

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Meglio anche dallo stesso cronista si ricava il novero e la rilevanza delle città marittime pontificie allorchè egli narra gli apprestamenti della navale spedizione disegnata da Carlo magno non già per la riscossa di Terrasanta, ma per le guerre ch'esso imperadore ai saraceni di Spagna faceva, ed anche per la passata che secondo gli storici greci intendeva a fare contro gli orientali in Sicilia, e forse anche in Costantinopoli: la quale sebbene non avesse effetto, tuttavia fu in qualche modo, almeno per minaccia, preparata. A tal proposito il cronista chiama a rassegna le marittime città che dovevano prestar soccorso di navigli e di genti al fortissimo principe; e dice che non solo dalla Francia e dalla nordica Germania per ordinamento di Carlo fossero messi fuori bastimenti d'ogni maniera; ma anche da ogni parte d'Italia, cioè: o « dai confini di Venezia e d'Aquileia, dalle città d'ANCONA, di RIMINI, e di RAVENNA, e da tutti i lidi del mare Adriatico convenissero al passaggio uomini e navi. Similmente da ogni luogo del mar Tirreno, dalla Liguria, Corsica, e Sardegna si raunassero insieme con i Pisani e con i CiviTAvECCHIEsi; e dai confini di RoMA e di Napoli tutta la moltitudine dei vascelli venisse ad assembrarsi per il passaggio » Que

22. BENEDICTI Chron. ut sup. p. 710. linea 1. a 5. – Noti il lettore che per indicare il passaggio oltremarino il cronista usa dire ad Traversum che significa non già Trajetto, città piccola del regno di Napoli in Terra di lavoro sopra una collina e senza porto, e molto meno Utrecht nelle Fiandre, ma senza indicare alcun luogo speciale latinizza il termine generico del passaggio oltremarino, o sia l'attraversare il mare. Vedi DU-CHANGE alla voce Traversum. Quindi erra il PERtz che nell'indice generale del volume predetto e nelle note al testo citato traduce Traversum per Trajetto.

ere tra Tivoli: lo inasse ai e parti : Ill0essero longo

sto è argomento a non dubitare, che nel secolo ottavo Ancona,
Rimini, Ravenna, Civitavecchia, il Porto romano, ed Ostia,
mantenessero l'esercizio della navigazione ed avessero numero
e qualità siffatta di navigli che si potessero adoperare nella mi-
lizia navale alla chiamata dell'imperadore.
Ma non per questo aveva ancora cominciato il governo
pontificio a tenere armata navale secondo che nei tempi pre-
senti si costuma dai principi, cioè tale che unicamente dipen-
desse per la costruzione e pe 'l mantenimento dallo Stato: anzi
da una lettera di papa Adriano, e da altri documenti che ap-
presso produrrò, si fa palese, che nè il Papa e nè anche Carlo
magno o costumassero tenere l'armata navale a continuato sti-
pendio e servigio loro; ma secondo le occorrenze facessero la
condotta al naviglio privato delle città marittime o vero dei
conti e governatori delle medesime. Volendo giugnere col pen-
siero al costrutto delle antiche osservanze bisogna sapersi di-
staccare dalle moderne: oggidì le armate di mare e gli eserciti
di terra si mettono ad ordine con tutto quel corredo di materiali
e personali raffinamenti che nelle caserme, nei parchi e negli
arsenali si dispiega a dimostrazione di solennissimo apparato;
ma nell'antica milizia la leva in massa o la scelta occasionale
formavano le legioni, e nella marina del tempo andato i legni
del commercio si trasformavano repentinamente in navigli di
guerra. Ogni bastimento provvisto di vele e di remi, staggito
dal principe, e montato da trecento soldati andava alla guerra,
e tra gli altri suoi simili si rimetteva in linea per la battaglia.
I consueti nocchieri e piloti conducevano al combattimento le
milizie armeggianti sul bordo come sopra un castello mobile,
ove non dovevano pensare ad altro che a combattere valorosa-
mente, mentre le maestranze si occupavano di condurli diritti al
loro camino. I feudatari e tutti coloro che avevano ad assem-
brarsi in arme attorno al principe per le fazioni di terra erano
anche tenuti a metter la persona loro ed a guidare i vassalli alla
milizia del mare, siccome sin dall'ottavo secolo si trova ordinato
nel codice delle leggi capitolari di Carlo magno o. In siffatto

o e la fa gli

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23. Muri AToR1. Annali d'Italia an. 809. 2. Capitularia Caroli Magni et Ludovici Pii Libri VII. collecti ab Adalgiso abate et editi a BALUzio Lib. IV. c. 5. in-fol. Parisiis 1677. T. I. p. 775.

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