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nanza e remissione di colpa e di pena. L'Eremita ed i suoi seguaci andavano attorno per le provincie e per le corti sollecitando gli animi a levarsi in arme, e perchè i voti di tante genti e gl'interessi universali del cristianesimo venissero per comune consentimento trattati s'intromise la pontificia autorità a convocare un concilio in Piacenza. All'entrante di Marzo 1095 erano già convenuti in quella città molti vescovi d'Italia, di Francia, di Lamagna e di altre più rimote nazioni, e tal numero di abati, chierici, baroni e soldati, che non bastando basilica alcuna a contener la moltitudine, dovette la raunanza assembrarsi in campo aperto. Le pianure di Roncaglia presso Piacenza, ove gl'imperadori ordinariamente tenevano la dieta di stato, servirono ancora per un concilio della Chiesa. Colà, dopo alquante sessioni sopra diverse materie, comparvero gli oratori di Alessio Commeno imperador dei greci ad esporre i pericoli del cristianesimo ed implorare il soccorso dei latini. Essi narrarono le ingiurie ricevute ed i pericoli sovrastanti. Dissero avere in pochi anni perduto la Soria, le due Cilicie, la Isauria, il Ponto, altre molte provincie nell'Asia, e con esse quasi la metà dell'imperio ; la potenza dei nemici ognidi venir più crescendo; la corte di Costantinopoli non aspettar salute che dalla virtù dei latini; all'occidente sovrastare egual danno se non si scuotesse a dar mano agli amici innanzichè il formidabile inimico arrivasse a maggior dilatamento e potenza; e fimalmente si proffersero parati a collegarsi con le nazioni occidentali e mettere ogni loro potenza nel favorirne l'impresa. Il padre comune dei fedeli abbracciò il partito che veniva proposto, ed i cristiani presenti all'atto solenne giurarono di marciare per la guerra sacra: una croce di panno scarlatto fu assunta dai giurati come segno visibile della promessa o, e così ebbe nome e cominciamento stabile la prima crociata, che altro non era se non la confederazione militare dei principi cristiani contro agli infedeli per difendere gli stati propri e per ricuperare gli usurpati. Con i seguaci di Maometto, gente fiera e fiera e conquistatrice, mossa dal fanatismo di religione, e stretta dalla logica di quei principi che avanti abbiamo recitati, non si poteva disputare altrimenti che con le armi in mano; e la guerra bandita dai crociati non era tanto per Gerusalemme, quanto per l'Europa e per tutto il cristianesimo. La plebe ed i soldati forse non vedevano nè pensavano più oltre del santo sepolcro: ma il Papa, gli uomini di stato, i sapienti stimavano a giusto valore che quella guerra fosse un mezzo necessario a difendere la religione e la civiltà, minacciate ambedue di sterminio dalla spada di Maometto. Poco dopo il Pontefice passò in Francia e nell'ottava del san Martino celebrò in Chiaromonte un altro sinodo numerosissimo di prelati e di crociati per gli affari medesimi della spedizione e del sussidio, che veniva domandato dall' imperadore dei greci e dalla cristianità di Gerusalemme. Papa Urbano predicò la crociata, rappresentò le ragioni che dovevano commovere gli uditori, dipinse la onestà dell'impresa, il debito di soccorrere gli oppressi, la necessità di reprimere gl'ingiusti invasori, si appellò alla gloria delle armi cristiane, espresse al vivo gli oltraggi che i nemici facevano alla santità delle chiese, contro l'onore di Dio e contro la gloria del nome cristiano o. L'assemblea colpita maggiormente dalla eloquenza e dignità dell'oratore, e penetrata dalla forza delle ragioni non potè contenersi dal rinnovare i precedenti giuramenti, ed allora echeggiò la formola, che poi prevalse come grido di guerra e motto d'ordine tra i crociati, IDDIo Lo vuole. Tanto sono celebri questi avvenimenti, e tanto compitamente trattati da gravissimi scrittori che io stimo superflua ogni altra dichiarazione: perciò rammentando così di volo l'ordine successivo ed il principio dei fatti più rilevanti me la passo a dire ciò che per essi si lega all'argomento speciale che io tratto.

2. LABEUs. Collect. Concil. T. X. MANsr. Coll. Concil. T. XX. MARTENE, BARoNIo, ed altri.

1096.

III. – L'invernata susseguente dopo i due concili predetti fu spesa nei preparamenti del viaggio, ed alla primavera del 1096 principiarono a muoversi da varie parti le schiere dei crociati. Alcuni dissero che l'esercito intiero contasse trecento mila combattenti d'ogni nazione: Folchiero Carnotense cappellano del conte Baldovino scrisse, che gli uomini atti alle armi giugnessero a seicento mila, e che se tutti coloro che avevano presa la croce fossero anche stati osservatori delle promesse, sei milioni di cristiani sarebbero trapassati con le armi nell'Asia: Anna Commena registrò nelle sue storie il numero dei crociati come le stelle del firmamento, come le sabbie del mare, e come le acque dei torrenti, che riversandosi nel corso della grande armata, la facevano procedere al paro d'un fiume reale. Le genti erano commosse da possenti cagioni; alcuni dalla pietà e dall'indulgenza; altri dall'onore e dalla gloria; molti dal contatto e dall'esempio; più anche dalla libertà e dai guadagni. Il nome di cristiano, la difesa della religione, la franchigia dalle gravezze allettavano la plebe; i baroni per non restar soli e vituperati nei castelli preferivano marciare alla testa dei loro vassalli; i chierici per assistere alle anime dei soldati si univano a loro; le spose e le figliuole per dividere i pericoli dei congiunti li seguivano alla guerra: ed era un complesso di cause tutte diverse che solamente convenivano in questo di produrre un solo ef, fetto generale, cioè la partenza per la Terrasanta. Ma siccome l'intendimento secreto di tanto popolo non aveva in tutte le sue parti la dovuta rettitudine, così ne venne assai disordine, e molti dei crociati arrivarono a mal termine e perdizione quando di cevano d'andare a gloria e salute. Staccò la marcia l'antiguardo, erano ottantamila uomini senza legge e disciplina: sotto il comando dell'Eremita e di Gualtiero Senzaterra presero il cammino della Germania e dell'Ungheria verso Costantinopoli, ch'era la città designata per centro al convegno generale dei crociati. Questo primo corpo perdette nel viaggio cinquanta mila uomini tagliati a pezzi dagli ungheri e dai bulgari irritati per le violenze e per gli oltraggi, che commisero costoro nel primo passaggio. Dal Reno e dalla Mosella partì il secondo corpo guidato dal conte Emicone e dal prete Volcmaro; masnada peggior della prima, gente rapace e crudele, che innanzi di venire alle mani coi saracini cominciò la guerra in Germania contro gli ebrei, e traversando poi da fu

3. Oratio URBANI PAPAE II. in Concilio Claromontano : edita ab NIcolao REUsNEao. T. II. Orat. de bello Turcico.

ribonda nell'Ungheria andò a perir quasi tutta nelle paludi del Danubio inseguita dai paesani ed agitata dall'orrore, ch'essa medesima concepette dei suoi misfatti. Terzo si mosse dalla Francia Goffredo di Buglione duca della Lorena, uomo cui la storia, più che i poeti, attribuisce il carattere nobile dell'eroe cristiano: sincero nella pietà, prode in guerra, robustissimo della persona, prudente nel consiglio, onorato dai principi e dai soldati, egli doveva essere il duca dell'impresa ed il primo re di Gerusalemme. Menava seco i due fratelli Baldovino ed Eustachio seguiti di ottanta mila crociati in buona disciplina. Il conte Ugo detto il grande secondogenito d'Enrico re di Francia, il conte Stefano di Bloase, Roberto duca di Normandia, ed un altro Roberto conte di Fiandra con un esercito di fiamminghi e frisoni calarono dalle Alpi in Italia, facendo disegno di passare in Grecia per mare. Sotto le bandiere di Boemondo principe di Taranto, e figliuolo di Roberto Guiscardo si raccolse il miglior nervo delle genti italiane. I baroni del regno, i principi romani, i signori di Lombardia e gran numero di cavalieri, già provati in guerra da ogni parte della penisola, passarono in Grecia. Erano ventimila fanti e diecimila cavalli, tutta scelta e cappata gente, e tra loro Tancredi il prode dei prodi, che aveva vanto d'ogni virtù cavalleresca e d'ogni gentilezza di costume. Finalmente Raimondo, il vecchio conte di Tolosa, altiero delle prodezze operate contro ai mori di Spagna al fianco del Cid e di Alfonso il grande di Castiglia, condusse centomila uomini ch'entrarono come ultimo retroguardo in Costantinopoli dopo aver sorbito la feccia nel calice delle amarezze, che propinava ai crociati la politica traditrice dei greci. La corte orientale odiava i latini quasi altrettanto che i pagani.

1097.

Allorachè dopo un anno furono tutte unite insieme sulle rive del Bosforo le varie membra di quello sterminato corpo di esercito, che a piccole giornate aveva traversato dall'un capo all'altro l'Europa, si fece la mostra: ed i capitani, sollecitati dal greco Augusto, che agognava veder prestamente i latini ed i saracini distruggersi a vicenda o almeno andarsene lungi dalla sua reggia, fecero passare lo stretto a tutte le genti. Nel mese di maggio 1097 entrarono in Asia e marciarono all'assedio di Nicea: il soldano d'Iconio venne a soccorrerla con un esercito poderoso; Goffredo e Tancredi lo percossero, sopravvennero le altre divisioni; e quando si era già sicuri della vittoria, ecco sulle torri di Nicea comparire la bandiera dei greci, e scuoprirsi un trattato secreto pel quale il soldano cedeva al Comneno quella fortezza. La perfidia di costui comparve allora in tutta la sua bruttura, si conobbe che aveva l'animo rivolto a derivare in suo vantaggio il frutto delle altrui fatiche, e che senza correre i pe ricoli della guerra negoziava al tempo istesso a seconda degli interessi suoi con i seguaci di Cristo, e con quelli di Maometto. Goffredo per certi capitoli pattuiti a Costantinopoli contro al parere del principe Boemondo e del conte di Tolosa dovette acconciarsi a lasciar Nicea nelle mani dei greci, e tirare innanzi ad altre avventure. Baldovino e Tancredi si spinsero con due corpi d'armata nella Cilicia, e sempre vittoriosamente giunsero il secondo ad Alessandretta, il primo all'Efrate, ove fondò il principato di Edessa. Il grosso dell'esercito occupò l'Armenia minore, e di là venuto nella Siria si ridusse quivi ai quartieri d'inverno. – 1098. L'anno seguente alla buona stagione ripigliarono la campagna; ebbero Antiochia; sconfissero completamente l'esercito guidato da Cherboga, e questo agli stessi inimici parve successo tanto miracoloso per le sue circostanze, che alcune centinaja di mussulmani negarono Maometto e ricevettero il battesimo. Se i crociati dopo quella battaglia si fossero spinti sollecitamente, sopra Gerusalemme l'avrebbero occupata senza altro contrasto: ma per la loro lentezza dettero campo agli egiziani di venire avanti ed impossessarsene quando era già derelitta dai presidiari di Cherboga; talchè Gerusalemme passò dal dominio del soldano di Babilonia a quello di Egitto appunto allora che i crociati, si disponevano per liberarla da qualunque barbarico giogo. L'esercito dopo infiniti patimenti svernò nella Siria, ove rassodò con buoni ordinamenti il dominio latino. 1099. – Finalmente nell'anno 1099 ai quindici di luglio i crociati entrarono in Gerusalemme dopo pochi giorni di assedio, e Gos

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