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lere in Ancona. – Ne piglia altre a suo soldo in Venezia. - Spedisce duemila cinquecento soldati a Tolemaida. 1289. XXX, La città di Tolemaida. - Sue fortificazioni. – Governo. Corruzione. - Arrivo dell'armata navale pontificia e dei venturieri. 1291. Questi rompono la tregua. - Il soldano dichiara la guerra. - Vicende dell'assedio sino alla caduta della torre maledetta. 1291. XXXI. Assalto dei saracini a Tolemaida ributtato dai crociati. – Le galere del Papa per diversione minacciano alle spalle il campo nemico. – Navigano più volte a Cipro per sgomberar la città dal volgo imbelle e rinfrescar le vittovaglie. – Altri combattimenti. – Il nemico entra in città. – Abbarrate le strade. -Morto il patriarca. – Imbarcate le milizie. – Le galere del Papa salvano le reliquie dei cristiani di Tolemaida e le conducono a Ci

pro. 1292.

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i fasti della marina nel tempo delle crociate, e della lotta tra il sacerdozio e l'imperio. 1095-1292.

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I. – Saiono le nazioni frequentemente condursi a novità per la forza dell'esempio, massime alloraquando siano già preparate a tramutarsi. Imperciocchè, essendo congenito all'umana natura l'appetito di avvantaggiare, se in alcuna parte un popolo imprenda cosa che porti seco onoranza e profitto, anche gli altri in diversi luoghi procacciano farsene partecipi, e quindi si muovono per conseguire con quella il quietamento di esso desiderio. Gl'italiani al comando di papa Vittore piombarono nel cuor dell'Africa, repressero l'oltracotanza dei saracini, riscossero migliaia di fedeli dalla schiavitudine; ed ecco all'esempio loro agitarsi d'insolito commovimento tutta l'Europa e dopo sette anni scuotersi per guerreggiare i saracini nell'Asia e liberare dal giogo della barbarica servitù i seguaci di Cristo oppressati dai nimici nella terra di promissione. La Francia, la Germania e le più rimote nazioni ed isole del mondo cristiano si levano frementi d'indignazione, formano sterminati eserciti di fanti e cavalli, dei quali niuno giammai vide maggiori, i guerrieri della croce ricuoprono l'Asia, piantano lo stendardo della fede cristiana sopra le torri di Sion, fondano una novella monarchia nel mezzo ai seguaci di Maometto, ed accendono un fuoco di guerra, che dovrà bastare per due secoli a satisfare gli appetiti cavallereschi della nobiltà feudale e dello sterminato codazzo dei feudali vassalli. Al tempo stesso, come se quell'immenso fragore d'armi e d'armati non bastasse a fornir materia sufficiente agli uomini avidi di straordinari e disusati successi, un'altra lotta si commette tra le due grandi potestà che governano in su la terra; la disputa delle giurisdizioni tra il sacerdozio e l'imperio è menata dalla corte e dalle chiese alle piazze ed al campo; le milizie si schierano in battaglia per tutta l'Italia e dentro l'istesse mura di Roma. Lo scettro dell'imperadore percuote su le chiavi del Pontefice, questi ritraendosi con una parola di anatemalascia allacciato il percussore, e quegli dimenando il filo della spada procaccia infrangere i vincoli che lo aggravano. Tra lo scroscio delle censure e lo schiamazzo dei soldati si leva il grido dello scisma. Falsi pontefici condotti da scismatiche falangi vengono intronizzati al Vaticano, i legittimi successori di san Pietro vanno costretti alla fuga per mare e per terra, ed ecco la guerra civile alimentata e sostenuta dall'oro e dalla influenza straniera, altre città arse e distrutte, altre riedificate e fondate, i lombardi in lega, i romani chiamati pei primi ad ogni partito. Le gelosie di Venezia contro Ancona, dei pisani contro Civitavecchia trovano sfogo opportuno in quel tramescolamento, donde risultano offese e battaglie su le nostre marine. Qualora poi un raggio di pace traluca, ecco i romani pigliar la croce e navigare in Terrasanta, espugnar Damiata e portar la guerra al soldano di Egitto, ecco prepararsi in Roma continuati soccorsi ai luoghi santi, e nell'ultima distretta delle armi latine accorrere le galere e le genti pontificie per soccorso e sostegno ai profughi discacciati per sempre dalla patria. Questi fatti di gravissimo argomento riempiranno le pagine del libro secondo che ora incomincia dal mille e novantacinque. I mussulmani avendo occupato il regno di Gerusalemme si erano fatti padroni della terra veneranda per chiunque abbia il dono della fede cristiana, terra ripromessa negli antichi vaticini, terra santificata dalla presenza e dai miracoli dell'Uomo Dio. Colà Nazaret ove fu annunciata la incarnazione del Verbo, Betlem nella quale fu la sua cuna, il Giordano in cui fu battezzato, il Tabor esultante nella trasfigurazione, l'Oliveto benedetto nelle sue preghiere, ed il Calvario sopra al quale si compì col sangue della vittima innocente l'opera grande dell'umano riscatto. Un sepolcro incavato nel vivo sasso resta ancora alla vista dei fedeli come testimonianza della sepoltura e del risorgimento del Salvatore. Questi luoghi di pietose rimembranze erano stati sempre visitati dai fedeli sin dai primi secoli del cristianesimo; san Girolamo aveva scelto il suo ultimo domicilio presso a Nazaret; gl'imperadori cristiani avevano edificato tempi e monasteri nella Giudea, e Costantino inaugurò il trentesimo primo anno del suo regno dedicando al Redentore la basilica del santo sepolcro, allorachè Eusebio, uno dei più dotti prelati del suo tempo, ne recitava l'orazione inaugurale. I pellegrini dalle più rimote parti del mondo viaggiavano a Gerusalemme; e ciascuno sente che nella natura è congenito il desiderio di veder ciò che si ama, ed i luoghi almeno, quando altro più non rimanga, ove dimorarono le persone a noi care. Segno di sovrumana pietà era il pellegrinaggio per chiunque ordinatamente lo imprendesse. Ma la divozione dei cristiani, oltre a quegli ostacoli che ciascuno porta seco nella fragilità di sua natura, trovò fierissima opposizione nelle barbarie dei novelli dominatori. Il soldano di Egitto ed il califfo di Babilonia, che avevano tolto ai greci la Palestina, colmarono di amaritudine l'animo dei pellegrini, e compressero sotto un giogo di ferro la vita dei fedeli che dimoravano ancora nella terra natale, quantunque stremati di numero ed oppressi dalle miserie. Gli arabi del deserto, i mussulmani delle città, i governatori delle milizie tanto perseguitarono i seguaci di Cristo, che i patimenti divennero intollerabili. Questi fornirono alla poetica imaginazione di Torquato il tenero episodio di Olindo e Sofronia, che spreme anche oggidi le lacrime ai lettori, purchè abbiano il cuore alquanto men duro delle pietre. Chiunque dimorava o ritornava dalla Palestina annunziava per la scrittura e per le parole l'oppressione del cristianesimo; e l'Europa oltraggiata nella sua fede era già tutta fremente contro ai persecutori: l'effervescenza di quello sdegno già pronto a divampare non aspettava che una sola scintilla perchè si allumasse l'incendio. Un giorno Pietro l'eremita entrò a visitare il santo sepolcro e colà meditando ripensò il disegno della crociata. Egli era francese piccioletto di corpo, rifinito dai patimenti, cascante e quasi spregevole; ma gli occhi suoi bruni, lucenti, gratissimi a riguardare svelavano la superiorità del suo spirito, e dalle sue labbra scorreva per naturale eloquenza un discorso affettuoso e persuasivo. Quest'uomo dalla nascita nobile, dalla professione militare, e dallo stato conjugale passato a vedova ed eremitica vita, traeva seco insieme per le precedenti e per le nuove abitudini quel complesso di moral carattere, che doveva infornare la persona destinata a portare in mano il fuoco per accendere i cristiani alla guerra d'Oriente. Pietro per fatto proprio aveva vedute e sperimentate le ingiurie dei mussulmani, e mescolando le sue lacrime con quelle dei fedeli di Terrasanta, propose il rimedio, dicendo: « Io passerò in Europa, leverò la voce, e condurrò quì il fiore della milizia cristiana a vendicare l'umanità oltraggiata da questi barbari » . Prese commiato, ebbe lettere del Patriarca e dei principali cristiani di Gerusalemme, venne alla corte del Papa, parlò, commosse, trasfuse negli animi altrui una parte di quel fuoco ond'esso ardeva, ed il calore per contatto penetrò tutti i cuori generosi della cristianità, così che divenne generale il grido di guerra per la liberazione di Gerusalemme.

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– 1095, –

II. – Papa Urbano II, che allora governava la Chiesa di Dio, prese a favoreggiare l'impresa che l'Eremita ed altri molti con lui proponevano. Il Pontefice aveva dinnanzi agli occhi gli esempli de' suoi predecessori; quello di Leone e Gregorio IV, di Giovanni e Benedetto VIII, di Giovanni X, ed il recente di Vittore III: conosceva i disegni sopra questa istessa materia formati da Gregorio VII : l'esempio anche in Roma validissimo lo indusse a convocare il concistorio dei cardinali e poi chiamare all'impresa gl'imperadori d'Oriente e d'Occidente, i principi ed i popoli sotto le più larghe impromesse di perdo

1. BERNARDUs THEsAURARIUs. De acquisitione Terrae sanctae. Lib. I. Cap. v1.

S. R. I. Tom. VII. p. 668.
GUILLELMUs TvRIENsis. Historia rerum in partibus transmarinis gestarum.

I b. I. Cap. X1. apud BoNGARsIUM. Gesta Dei per Francos.
PAGmvs. In notis ad BARoNIUM. Ann. 1095. n. 12.

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