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il cardinal Borgia, e finalmente nella storia patria dell'arcivescovo Annovazzi furono stampati a modo d'appendice. Eccone in due parole un sunto che ne manifesta lo spirito. Il rappresentante o vicario del governo papale durava a tempo, soggiaceva in fine dell'ufficio a sindacato, nel quale era lecito a ciascuno accusarlo, ed i giudici potevano costringerlo all'ammenda in roba ed in persona. Il regime municipale era in mano al magistrato dei quattordici visconti, l'amministrazione a quello di altrettanti camerlenghi, tra loro si sceglievano gli ufficiali a governare per il tempo; negli affari gravi chiamavano il consiglio; nei gravissimi il vicario: i dubbi dello statuto s'interpretavano per il detto del vicario con tre statutari. Contro i malifici stabilivano acerbissime repressioni, il taglio delle mani, dei piedi, della lingua, l'acciecamento, la morte e l'arsione, quasi sciupate in pena come cosa da nulla: segno della ferocia dei tempi. Tutte nondimeno le punizioni erano redimibili a pecunia: l'istessa vita ricomperavasi a cinquecento lire di prezzo. La distinzione tra i gentiluomini e popolani marcata in fronte del libro, e sanzionata nel corpo di vari capitoli. Quanto alle cose del mare si guarantiva la franchigia a tutti i mercadanti che menassero o levassero merci, acciocchè fossero salvi e sicuri in roba e persona venendo, stando e tornando, meno i micidiali, falsari, traditori e gli sbanditi in persona dal comune. La libertà della pesca, la tutela ed incremento del commercio, secondo la qualità e la rozzezza dei tempi, sufficientemente provveduti. Per le quali cose tanto essa città ne venne in buono stato a prosperità, che se n'ebbe a travagliare la gelosia dei pisani a quel segno, che nell'altro libro narrerò distesamente. 1016.

XXI. – Intanto lo strepito delle armi saraceniche ne scuote da questa centenaria pace e ci richiama in tal parte, ove dovranno nuovamente concorrere a salute dei cristiani le navi del Pontefice. Era in Africa all'entrante del secolo undecimo un sultano, Musetto ore del Garbo e della Bellamaria, uomo più

145. SisMoNDI, RoNcioNI, MURAToRI, BARoNio, SARDo, MARANGoNE, TRoNCI, GAzzANo, ed altri lo chiamano ciascuno a suo modo Musetto, Mugetto, Musatto, Muscetto, Musa, e Muset. Preferisco la prima lezione, come più confacente alla lingua italiana, e quasi sempre usata dai scrittori più dolci,

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di malizia e d'ambizione ripieno che di valore e merito: costui entrò in Sardegna e si fece padrone dell'isola, senza che ne possa alcuno determinar precisamente nè l'anno nè il modo. Ma allora appunto, dice il Martini o, la salvezza dei sardi si dovette in massima parte al supremo gerarca della Chiesa, mostratosi oltremodo tenero delle loro sorti, sia per l'amor che nutriva inverso di quella terra cotanto celebre negli annali del cristianesimo, sia perchè la Sede apostolica la connumerava tra le provincie soggette alla sua temporale possanza, della qual cosa nei secoli susseguenti si presentano irrefragabili prove, qualunque ne sia stata l'origine. Qui sarebbero a dire cose bellissime se la storia di quel tempo fosse stata degnamente scritta e conservata, ma l'altrui difetto e negligenza mi obbliga a toccar per le generali le poche notizie che ne restano. Dirò dunque, che il Papa fece lega co' pisani, portò la guerra in Sardegna contro al re Musetto, il quale mai non volle venire a battaglia, ma giuocando d'astuzia e d'infingimenti abbandonava sempre le conquiste per tornare sempre a ripigliarsele dopo aver straccato i cristiani nella fatica delle vane percosse. In questo modo la Sardegna fu più volte presa, perduta, e ricoverata dai nimici e dai nostri, sinchè in quest'anno mille e sedici Musetto per far diversione alla guerra di Sardegna venne in terraferma d'Italia, e pigliò di primo impeto la città di Luni. Questa antica metropoli dell'Etruria, dopo i soprusi di crudeltà e libidine che non occorre ripetere, fu allora talmente distrutta che og . gidi non se ne vede vestigio; ma al tempo stesso quanto i mori da una parte diroccavano di case e di chiese tanto dall'altra rifabbricavano di torri e muraglie, perchè intendevano a mantenersi quivi fermamente, come già al Garigliano, per imbrigliare i pisani, assicurar la Sardegna e dilatarsi in Italia. Ditmaro o vescovo, ch'è l'unico scrittore antico a ricordare questi fatti ci dice, ch'essendo giunta la fama di tanta tanta ruina alle orecchie del sommo Pontefice Benedetto ottavo, incontamente chiamò all'armi tutti i governatori dello Stato ecclesiastico, e quanti altri potè de suoi alleati e protettori, pregando gli uni e comandando agli altri, che dovessero seco lui marciare contro il nimico: ed inoltre mandò innanzi celatamente una moltitudine ineffabile di navi per togliere ai nemici la speranza e la via di fuggire. Le quali cose significano, che il Pontefice con la persona sua si mosse verso Luni, conducendo seco un esercito di terra ed un'armata navale, stratta non solo dai porti degli alleati suoi ma più anche dallo Stato, ove poteva comandare, cioè da Roma, da Ostia, da Civitavecchia e per sino d'Ancona, siccome gli scrittori di essa città certamente confermano o, concorrendo tutti popoli e principi, vassalli e baroni volenterosi all'impresa per la chiamata del Pontefice e per la propria sicurezza. Musetto avendo nel mezzo tempo sentito intorno che i cristiani nullamente sbigottiti, ma anzi ferocissimi e poderosi, venivano per assalirlo, prognosticò male del caso suo, e seguendo il costume già le tante volte usato, depose il pensiero di ogni cosa e persino della moglie, talchè entrato in un palischermo con pochi compagni, quando compariva in quelle marine l'armata nostra, a stento fuggissi. I mori poi, quantunque dal principe traditi e per ogni parte di terra e di mare sull'atto dai cristiani circondati, deliberarono combattere con quella disperazione che uom' prova quando non ha scampo tra il vincere e il morire. Cominciò la battaglia, uscirono i saracini a campo aperto; e per tre giorni continui sempre prevalendo percossero i nostri di grandissima mortalità, talchè lo scuoramento dei cristiani era grande ed il pericolo ad ogni istante maggiore. Forse dai trinceramenti che avevano prima lavorati facevano inimici grosse sortite, dando improvvisamente con la miglior parte delle squadre loro sopra alcuna banda delle nostre, ed essendo a loro scelta il vantaggio del tempo e del luogo ben potevano essi inMURAToRI. Ann. 1016. prop. fin. « Il Papa non perde tempo a mettere in armi quanti potè popoli per terra e per mare. . . Spedì un'armata navale davanti a Luni». TRoNci. Storia di Pisa, in-4. Livorno 1692. p. 12. «Allora il Papa pose in ordine una bella armata, e pregò gli altri principi cristiani ad uscir contro i detti

146. PIETRo MARTINI Avvocato. Storia ecclesiastica di Sardegna. II. Volumi in-8. Cagliari 1839. I. 197,

147. DithMARus, seu THIETMARus Episcopus Merseburgensis, in Chr. L. VII. Cap. Xxxi. apud PERTz. T. V. p. 850. et ap. LEIBNITz, Script. Brunsvic. in-fol. Annoverae 1707. T. I. p. 411. « Benedictus (Papa) omnes ecclesiae tam rectores quam defensores congregans, rogat et praecipit ut contra inimicos Christi secum irrumpeon! . . . . Insuper ineffabilem navium multitudinem tacito premisit quae eis redeundi possibilitatem interciperet».

saracini o. 148. Agostino PERuzzi cit. T. I, p. 255.

I

tieri prevalere ed opprimere alcuna divisione, prima che venisse dalle altre soccorsa. Ma il quarto giorno mutò faccia la fortuna della guerra: imperciocchè venuti fuori coloro con più baldanza e manco cautela, e stando i nostri agli agguati, comechè fatti esperti dal proprio danno, restarono i mori colti in mezzo, intercetta la loro ritirata, e per ogni parte avviluppati. Allora inferociti i saracini nella disperazione e i cristiani nella vendetta si strinsero gli uni su gli altri, ed accorrendo sempre dalle varie parti ciascuno al soccorso dei suoi si fece un general combattimento, nel quale prevalendo il valore del nostri, furono gli infedeli talmente superati che nè pur uno, al detto di Tietmaro, potè scamparvivo a portar la trista novella nell'Africa. La istessa regina infelicissima non trovò tra i nimici maggior pietà che il marito non le avesse dimostrata : le spiccarono il capo dallo imbusto, e le sue ghirlandette ricchissime di gemme e d'oro furono rimesse al Papa, che le inviò alla corte dell'imperadore per segno della vittoria. I soldati poi di terra e di mare fecero infinito bottino ed arricchirono tutti fuormisura, in guisa che sommamente lietissimi del pubblico e del privato beneficio, liberata l'Italia, ed espulsi i nimici, dimenando festa attorno al romano Pontefice alle case loro trionfanti si ritornarono o.' Musetto, poi ch'era fuggito a precipizio da Luni con quegli aiuti che mai non mancano ai principi, riparossi all'isola di Majorca, ov'ebbe la mala nuova, che l'esercito suo fosse stato disfatto e sua moglie morta; le quali cose tanto più lo fecero sdegnoso e cupido di ritentar la prova delle armi quanto che conosceva per lunga prova i movimenti di sua fortuna essere avvicendati di sinistri e di prosperi successi. Anzi più, sapendo cui fosse debitore dei danni suoi, a lui si rivolse, cioè al Papa; e non potendo altrimenti molestarlo se non per minaccia, spedì a Roma alcuni messaggieri i quali recando un gran sacco di castagne sì lo riversarono rapidamente nel mezzo al concistorio, che mentre tutti gli astanti maravigliati a siffatta novità riguardavano, poterono quasi trionfanti esclamare: Il re Musetto vi fa sapere che l'anno nuovo tornerà contro di voi, e menerà tale esercito da spandersi sopra alle vostre contrade, come questi marroni quì avanti cuoprono il pavimento della vostra sala. Ed il Pontefice facendo conveniente risposta mandò i suoi famigliari con quel sacco istesso pien di miglio a riversarlo in casa gli ambasciadori, affinchè re Musetto per mezzo loro risapesse, che alla moltitudine degli africani si contrapporrebbero milizie latine in numero tale che a lunga pezza più dovessero superarli. Credo io bene a siffatto linguaggio di mistici segni, perchè, oltre a Ditmaro che lo riporta, trovo esser cosa analoga alle persone ed ai tempi,

149. DITHMARus ut sup.

BARoNIUs. Ann. 1016. n. 1.
GAzzANo. Storia di Sardegna, in-4. Cagliari 1777. Lib. III. Cap. III. p. 352.
GIUSEPPE MANNo. Storia di Sardegna. Lib. VII.
RoNcioNI, SARDo, TroNcr, e MARANGoNE. Storie pisane.

1017.

Stavano adunque nei termini che detto abbiamo le cose di Musetto, e gli animi dei cristiani erano pieni di suspicione in molte parti d'Italia, non sapendo ove quegli irromperebbe secondo le sue minacce e costume. Tuttavia venuto l'anno nuovo e la buona stagione del navigare, mentre erano tutti apparecchiati a propulsarlo, colui percosse improvvisamente in Sardegna ove fece crudelissime cose contro gl'isolani. Laonde papa Benedetto volendo terminar meglio quel negozio, che già era ben cominciato, spacciò in diligenza a Pisa per legato il cardinal vescovo d'Ostia dandogli la commissione di stimolare i pisani a far l'impresa di Sardegna sotto promessa dell'isola che, come preda già facile a strapparsi dalle mani di nemico debellato, darebbe loro in feudo, purchè mettessero alquanto di travaglio a ricuperarla e mantenerla essi, che potevano ricavarne insieme con la loro privata utilità anche il pubblico beneficio. I pisani per tanto presa la bandiera di san Pietro ed il privilegio pontificio andarono alla conquista, chiamarono in società i genovesi, risvegliarono il valor dei sardi non morto ma sopito ed oppresso, combatterono, vinsero, e dalla dominazione dei saracini onninamente la Sardegna prosciolsero o.

150. MURAToRI. Ann. 1017. MARTINI. Cit. Storia eccles. di Sardegna. GAzzANo. Cit. storia di Sardegna.

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