Abbildungen der Seite
PDF

le ronde mattutine, rientrando nella piazza, riferivano la fuga dei nemici, e la liberazione dell'isola. Un grido solo di tripudio echeggiò solenne dalla vetta più alta di Corfù ai confini più lontani di Europa. I soldati, i cittadini, i marinari uscirono alla campagna, e ciascuno ripetere poteva le stesse parole del mio corrispondente ”: «Andai « anche io a vedere il campo, dove hanno lasciato tutto. «Sei batterie di bellissimi e grossissimi cannoni, et uno « che aveva mezzo braccio di bocca, ma corto, ben grosso, « di bellissima fattura, e tutto a rabeschi. Altri quaran«tasei pezzi più piccoli, tutti montati bene: nè so come « li abbiano portati per quelle rupi. Dodici mortari grossi, « et una quantità di bombe et granate, et palle di varie « sorti: in somma ben provvisti, et per un pezzo. » Accostiamoci ancor noi alla gloriosa città scendente dal monte, cinta di bastioni, specchiata sul mare. A destra il Lazzaretto, rimpetto lo scoglio di Vido, e sulle opposte eminenze di borea e di ostro la vecchia e la nuova Fortezza. Questa, di pianta triangolare, domina la rada e la campagna: l'altra, sollevata a scaglioni sui dirupi, difende il porto, la darsena, il mandracchio, che le scusano il fosso: e torreggianti sui due coni del macigno il forte della Campana, e la cittadella del Sammicheli. Bizzarra e fiera guardatura di quei vecchi giganti tra le nubi e il mare 73. Sulla spianata della fortezza faremo conoscenza col prode difensore della piazza: il quale, vestito di tutte armi, e scuotendo dagli omeri il paludamento militare, stende sulla città la mano e il comando: e fermo e si curo, come il metallo onde è ritratto, pare che a ciascuno tuttavia ripeta, dicendo: Il Leone di san Marco ha sempre tenuto lontano dall'isola il servaggio di Maometto.

7° LETTERA cit., pag. 98.
73 CoRoNELLI, Atlante cit., II, 25.
IDEM, Piante di città e fortezze, II, 229, segg.

erivano a
grido solo
a di Cori
cittadini, i
Detere po
': «Andai
iato tutto,
)ni, et uno
en grosso,
ri quaran
SO COIlle
ari grossi
e di varie
De LIQ, e

scendente 2. A destra

e opposte
ora Por.
da e la
lifende
no i

inte

Td

e

Questo concetto innanzi alla statua del maresciallo di
Schulemburg, sulla spianata di Corfù presso alla porta
della Fortezza, io scrittore ricordo aver udito esprimere
e commendare dal cavaliere Giovanni Vitali, console greco,
e dall'arcivescovo Spiridione Maddalena, onore latino di
Corfù.
La feluca del comandante Ferretti con un ufficiale di
ordinanza approdò prima di ogni messaggero ad Otranto.
I dispacci di là, e le liete novelle giunsero in Roma agli
otto di settembre sull'ora di vespro; e da Roma per
espresso corsero gli avvisi a Venezia, trasmessi dall'am-
basciatore Duodo ”. Feste pubbliche e private, civili e
religiose, in ogni parte di Europa. Di Roma però, tra
le altre dimostrazioni, usci una medaglia, di che i nostri
commentatori numismatici, per difetto di cognizioni sto-
riche, non hanno saputo ben cogliere l'alto intendimento.
Ne darò io tale descrizione che calzi e stringa nel ca-
pitolo presente; perchè dal monumento romano le figure
e le parole principalmente sollevano in alto il concetto
ausiliario. Nel diritto spicca l'effigie del Pontefice in
manto e tiara, col nome e col tempo scritto cosi o :
« Clemente XI, pontefice massimo, anno sedicesimo. »
Ciò è dire ricisamente l'anno corrente I 7 I 6. Nel rovescio
il popolo cristiano, prostrato in orazione verso l'Oriente
prega per la incolumità di Corfù. La Vergine dall'alto,
accettando la pubblica preghiera, distende per arra di
sicurezza il Rosario sul mare. Verso quel segno in due
file si avanza liberatrice non solo l'armata veneta, ma

[merged small][ocr errors]

(vedi bene) tutta pure la squadra ausiliaria schierata in battaglia sotto il manto della celeste protettrice, a cui onore nella liturgia si aggiunse allora il titolo scolpito nella epigrafe della medaglia, che dice: « Ausiliaria dei Cristiani. »

[5 maggio 1717.]

XIII. – Il trionfo delle armate italiane intorno al principalissimo antimurale dei Greci e dei Latini, e le splendide vittorie del principe Eugenio cogl'Imperiali, Ungheri, e Polacchi nella valle del Danubio, tenevano desta l'attenzione dei popoli, facevano sorgere in Roma la stampa della prima gazzetta periodica, e rendevano più importanti le conferenze del comandante Ferretti cogli ambasciatori di Venezia e di Portogallo, col cardinale Paolucci, coi ministri di Cesare, e coll'istesso Pontefice ”. Prese a tempo le disposizioni, comprati due vascelli dall'Onetto e dal Sanguinetti, allestito il battaglione di sbarco, e pronte le sei galere nostre, alli cinque di maggio il bali Ferretti lasciò il porto di Civitavecchia, e nel mese seguente si congiunse nelle acque di Navarino coll'armata vèneta, galere e vascelli, che già per tre volte eransi cimentati contro il nemico ”.

Siamo ora in quel periodo della milizia navale, che io ho sempre chiamato, e chiamerò, di decadenza: il periodo del vento. Introdotto dai popoli mercanteschi, ricevuto per necessità coloniale, favorito dalla strettezza

76 DIARIO di Roma, 5 agosto 1716, in-32, presso il Chracas, libraio a san Marco. – I primi numeri portano per titolo VDiario di ( ngheria. Il testo durò per tutto il secolo. Divenne ufficiale. La collezione compiuta alla Casanatense. FoLIGNo, 23 e 3o ottobre 1716. DIEDo, Storia, IV, 133. VERToT, Cheval., V, 3o6. 77 DIARIO di Roma cit., maggio 1717, pag. 1 I.

economica, il vento entra nella tattica navale come il caparbio giumento di Megara nel viaggio e nell'ombra, quando nè dramma nè freno giungeva al cavallo. Motore fiacco e testereccio: sdrucito di mezzo tra la fatica del remo, e la potenza della macchina. Dobbiamo adunque adesso guardare al pennello, ed attendere al vento per risolvere il problema della battaglia. Il nemico ci sta di fronte con trentasei sultane, trenta vascelli imperiali, ed altri sedici barbareschi, venuti anche essi al vento dominante: ottantadue grossi vascelli nemici. Le primitive ed oramai perpetue tradizioni della tattica navale restano soltanto nella mente e nel cuore vèneto ed ausiliario: noi soli ci continuiamo a mettere in linea il naviglio a motore libero, senza omettere per questo il pareggio alla moda del vento. Reggimento disagevole, ed arte difficilissima il condurre insieme le due specie nella stessa or dinanza. Se il vento scarseggia, l'una poltrisce e l'altra vola: se soperchia, quella sguizza, e questa rifugge. L'alto bordo, la vela, il motore, il salto, il volo, senza il poltro, e senza il ritroso (competenze esclusive dei moderni piròscafi), si desideravano allora, ma non si possedevano al tempo del nostro Ferretti. Però ci troviamo costretti a volteggiare, e ad attenore lungamente le condizioni richieste del mare e del onto; ed a mutare i disegni, come il vento si muta, Prima di poterci affidare alla battaglia, che finalmente si ombatte correndo dalle Stänfane al braccio di Maina, o a capo Matapan. Siamo alli diciannove di luglio, levata di sole, mare Soso, vento frescone di Maestrale. I vascelli nemici ed "ostri in ordine di fila bordeggiano larghi tra il Proo e le Stanfane. Ma le galere, dopo la prima bordata, ono al vento, e sfilano verso il ridosso della Sapienza. oi allora, non volendosi separare, le segue a gonfie

vele, coll'intenzione di doppiare insieme il capo Matapan,
e di ripigliare il sopravvento dietro al golfo di Pagania.
Egli però si mette troppo largo per Ostro. Al contrario
Koggià, stretto al terreno, spunta la sinistra di Pisani, e
gli si caccia di mezzo, tra l'armata grossa e la sottile.
Mai più forse, dopo il Cicala, gli Ottomani non avevano
mostrato arte maggiore sul mare!
Le nostre galere proseguono quindi a gonfie vele
verso Matapan. Il Koggià di sopravvento le incalza, nè
si lascia sfuggire il vantaggio. Sfida, bandiere, trombe,
forza di vela, e fuoco furioso. Alle galere, assalite da
poppa, toccan le busse: squarci di vele, rotture di an-
tenne, rovine di alberi, falle, avarie, mortalità. Quindi ne-
cessariamente lo squadrone delle galere rallenta la marcia:
Koggià del pari frena la corsa per non oltrepassarle; e
Pisani invece forza di vela per raggiungerle. Eccoli! son
tutti insieme in quel punto che Pisani, orzando improv-
visamente a greco, mure a sinistra, sfila per prua da-
vanti alle sultane, e copre in un baleno lo squadrone
delle galere. La manovra abilmente eseguita dall'Ammi.
raglio veneziano, e da tutti i suoi seguaci, muta di pre-
sente le condizioni del conflitto. Le galere si rannodano
coi loro vascelli. Questi attaccano e respingono le Sul-
tane. Ferretti volta la prua controvento, si equilibra sui
remi, e spara a furia contro Koggià. Costui, a sua volta
affrontato a doppio, risponde e ripercuote. Ma il suo fuoco
diventa sempre più languido: ed egli finalmente cade del
tutto nella fuga. Trapassa il misero, e si nasconde al
Cerigo ”.
Durò dodici ore la battaglia, dalle sette del mattino
alle sette della sera. Niun bastimento preso nè sommerso,

78 RELAzioNE della battaglia a capo Matapan. – Scrittura in forma di Giornale, dal dì 15 luglio 1717, al 2 di agosto, composta da un ufficiale romano, sulla squadra. – Mss. Casanat. X, VI, 28, pag. 24o.

[ocr errors]
« ZurückWeiter »