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finalmente nel mattino sciolsero le catene del mio scrivano; e lo pregarono che non dicesse nulla, nè della catena, nè delle promesse. Ed egli da savio rispose non essere necessario il suo silenzio sopra cose già sapute e viste da tutti; e non dovere obbedire ad altri che al suo molto miglior Capitano.

« Al venticinque d'aprile, il Generale mi fece dire di andarlo a trovare (la sera avanti mi avevano rimandato alla mia Barca), e di trattenermi poi sulla Padrona per rispondere a diverse domande.

« Trovai quel Capitano nel mezzo di altri ufficiali a dirmi che la patente mia non mi concedeva il comando della Barca da me montata, ma di un'altra che non appariva. Si signore, rispos io, perchè la prima Barca da me presa non si trovò stagna, ma difettosa: e quindi per ordine del Commissario della marina fu cambiata con un'altra migliore, dove ho io continuato a risiedere, si come potevo dimostrare con tutto il carteggio fra me ed i ministri di Roma. Subito mostrai due o tre lettere di evidente riprova.

« Allora disse quel Capitano: Voi potete essere un armatore che abusa della patente e della bandiera del Papa; tanto più che la vostra patente limita il confine alle vostre corse fra il Circèo e l'Argentaro. Risposi che i principi si servono dei loro bastimenti come a lor piace; e che egli aveva già veduto non solo la patente, ma le lettere ed istruzioni di Roma, per intendere non essersi da me fatto altro che eseguirle a puntino. Ma, egli soggiunse, niuno vi ha dato licenza di imbarcare le mercanzie. E per ciò, soggiuns'io, il noleggio non frutta a me, ma ai padroni delle Barche, secondo il contratto tra essi e la Camera: e ne mostrai subito la copia. Il verbale dell'interrogatorio fu mandato scritto e sottoscritto al Generale.

« Egli stesso dopo il mezzodi mi mandò l'ordine di presentarmi con tutti i miei, marinari a bordo della Padrona. L'istesso ordine andò al signor Balzarini, mio luogotenente, e comandante dell'altra Barca. Colà mi domandarono perchè noi ci servivamo di barche genovesi, e di marinari della stessa nazione. Risposi perchè erano neutri: e perchè all' occasione dell'armamento nel porto di Civitavecchia non si erano trovati altri bastimenti migliori al proposito. Appresso mi domandò perchè il secondo capitano, nominato nella patente, non era a bordo? Chi vi ha dato i soldati? Forse appartengono ai francesi le mercanzie imbarcate? Risposi a queste e ad altre simili suggestioni, e indi mi ritirai, lasciando il posto ai marinari per il loro interrogatorio, che poi non ebbe effetto. «Quando fui di ritorno sulla mia Barca seppi essere arrivato da Orbetello un Commissario incaricato di decidere sulla nostra sorte. « Egli mi fece chiamare: andai, e chiesi giustizia dell'affronto fatto alla mia bandiera per la visita, e per gli arresti. Cotestoro pretendevano che non si trattasse di affronti alla bandiera papale, perchè poteva essere falsificata da Noi. Impossibile, gridai io, da poi che voi stessi avete visto e visitato patenti, bastimenti, lettere, e persone. Restarono interdetti. « Tornai la mattina del 26 per una risposta, e il Generale mi fece dire di attendere alla decisione del Commissario. « Sulle ore diciannove venne un Alfiere tedesco al mio bordo, circondato da sei caporali della stessa nazione. Disse venire per ordine del conte di Valex, suo generale, a vedere se tra i miei soldati ce ne avessi alcuno tedesco: e, nel caso affermativo, subito rimandarglielo al campo. Andate, dissi io, al Generale delle vo: stre galere: egli ci tiene qui tutti prigionieri. A lui dovete chiedere roba e persone, non a me. E subito corsi colà a dirgli che il mio Sovrano si serviva indifferentemente dei volontari d'ogni paese; che i suoi bastimenti entravano nei porti di ogni nazione, e che niuno mai si era ardito mettersi a tali ricerche. Quando sono arruolati, e portano la divisa di Sua Santità, essi appartengono a Roma. « Fui mandato a ripetere le mie ragioni innanzi al cospetto del generale Valex. Lo trovai alle trincere sotto Montefilippo. Gli esposi l'istesso concetto, mostrò di contentarsene, e non si discorse più di simile pretesa. Al ritorno, passando sotto la Capitana, mi dissero che l'indomani forse uscirebbe la sentenza del Commissario. « 27 aprile. Sono andato al Fuencalada per cavarne la decisione; ed egli mi ha messo innanzi, non più il Commissario, ma un nuovo Uditore di Orbetello, cui è stata rimessa tutta la faccenda. « A cotesto Uditore, venuto in Sanstefano, andai sup. plichevole, e chiesi di essere spedito. Mi rispose: Vedremo domani. « 28 aprile. Niente di nuovo per tutta la mattina. Quindi la sera andai a Orbetello e non trovai l'Uditore: mi fuggiva dinanzi. E venni a sapere che altre difficoltà erano insorte sul conto dei bastimenti convogliati; e specialmente sulla tartana livornese, il cui carico rispondeva ai signori Fallarini. Ciò mi pose in gran penSlerO. « 29 aprile. Alla punta del giorno sono partito per Orbetello. Ho parlato all'Uditore. Mi ha promesso di venire a conclusione tra due o tre giorni. Presi il momento per dirgli quanto di meglio sapessi intorno alle due Barche ed a tutto il convoglio. Mi parve colui poco tocco dalle mie ragioni. Perciò scrissi lettere a Civitavecchia, e ne mandai una copia per terra, affidata ad un mio marinaro chiamato Montepagano; ed un'altra copia ne mandai per una barchetta del Giglio, calcolando che l'una almeno potrebbe giungere al destino, se l'altra restasse intercetta. Narravo il successo, chiedevo istruzioni, e non mi fidavo di nessuno. Nè anche del general Specchi, comandante d'Orbetello, pronto ad offrirmi un passaporto con tale aria che disvelava trista intenzione. Non fui ingannato. « 3o aprile. Sono andato alla Capitana dopo il mezzodi. Il Generale non volle ricevermi, ma fecemi dire molte speranze per domani.

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« 1° maggio. Sono tornato, e non mi ha ricevuto. Dicono non esservi nulla ancora di deciso: ma che Fuencalada anderà a pranzo in Orbetello; e colà coi generali di terra forse si farebbe consulta e decisione nella serata. Anche prima ne vidi io la bellezza. Perchè a quindici ore mi fu tolta dal convoglio una tartana genovese caricata di ricche merci a Sanremo, delle quali parte passò sulla Capitana, parte sulla Padrona, e parte sul vascello san Gennaro; ed alle ore due di notte me la resero vuota del tutto, dopo averne arrestato il padrone, e cacciatolo in catena tra la ciurma, insieme col padrone della tartana livornese, che fu poi tradotto alle carceri di Orbetello. « 2 maggio. Sono andato jer sera, e questa mattina. Non mi vogliono dare udienza. Dicono che fatta la risoluzione, mi sarà notificata. Oggi a tredici ore sono venuti a pigliarsi la tartana livornese, e l'hanno condotta al vascello san Gennaro, dove la scaricano di tutto, senza riguardo alle diverse mercanzie dure o fragili. Di che, essendomi io accorto, non potei a meno di correre e domandar ragione. Trovai sulla Capitana l'Uditore di Or. betello, seduto nella camera di poppa a conversare col Generale. Feci sapere di esser là e di voler parlare ad ambedue intorno alla tartana livornese. Sua Eccellenza mi fece dire di non aver tempo per udirmi, e di essere occupato in altri affari. Per tale rifiuto feci pubblicamente colà la mia protesta, e ne detti copia a due ufficiali di bordo, ambedue cavalieri di Malta, ai quali eziandio mostrai la commissione particolare scrittami dal Commissario generale della marina per convogliare la detta tartana all'ordine di Sua Santità. Un Cavaliere portò al Generale ed all'Uditore la protesta e la copia della commissione, ma senza niun vantaggio. La tartana livornese continuava ad essere scaricata. Finalmente l'Uditore, uscito fuori mi disse doversi consultare cogli altri, prima di darmi risposta decisiva, e intanto mi chiese l'originale della Commissione da me presentata in copia. Avutolo in mano, se lo pose in tasca; e rifiutò di restituirmelo, dicendo essergli necessario nel suo processo. Sono ritornato anche la sera: ma senza udienza, nè risposta. « 3 maggio. Sono tornato da capo alla Capitana, mi rimettono a questa sera. E la sera il General mi dice che io ho scritto a Roma le cose in maniera diversa dalla realità. Falso che gli scrivani delle Barche sieno stati messi alla catena, ritrattazione richiestami, minacce oanzatemi. E perchè io non avevo scritto altro che la orità, cioè che l'uno era stato messo in catena, e l'altro agli arresti, così promisi di fargliene la conferma in scritto. Mi avvidi però che l'una delle mie lettere era stata sequestrata e letta. Quindi mi fecero aspettare alla lunga prima di restituirmi le mie Commissioni e lettere: ed io intanto protestavo contro la soperchieria usata alle tartane di Livorno e di Sanremo. Allora il Generale soggiunse che io non avevo da impacciarmi a convogliare altri bastimenti se non i romani, secondo le mie commissioni. Sicuro, ho risposto, l'ordine principale è pei

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